Trump contro la Cina
tre mosse rumorose, un silenzio strategico e due vincitori inattesi
Negli ultimi due anni, Donald Trump ha lanciato tre offensive che sembravano destinate a strangolare i principali avversari strategici dell’America. Ha dichiarato una guerra economica totale alla Cina con dazi fino al 145% su tutti i prodotti cinesi. Ha ordinato un’operazione notturna per catturare il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro. E ha dato il via libera all’Operazione Epic Fury, che ha portato all’uccisione della Guida Suprema dell’Iran, Ali Khamenei.
Tre mosse, tre Paesi, tre obiettivi diretti o indiretti contro Pechino. Eppure, in tutti e tre i casi, la Cina non ha sparato un colpo, non ha mosso un soldato e si è limitata a comunicati stampa misurati. Chi pensa che questo silenzio significhi debolezza, si sbaglia di grosso.
Esiste una regola non scritta della geopolitica: chi fa rumore attira l’attenzione, chi non fa rumore ottiene risultati. Trump è probabilmente il presidente più rumoroso della storia moderna. Ogni giorno un annuncio, una minaccia, un’azione militare o una conferenza stampa. Il mondo guarda lui, i mercati reagiscono a lui, i telegiornali aprono con lui. Mentre la NATO si interroga, l’Europa trema e il Medio Oriente brucia, a Pechino Xi Jinping muove pedine su una scacchiera che la maggior parte di noi nemmeno vede.
La guerra dei dazi: Liberation Day e il record del surplus cinese
Tutto inizia il 2 aprile 2025, con il cosiddetto “Liberation Day”. Trump annuncia dazi crescenti – dal 20% al 54% fino al 145% – per azzerare il deficit commerciale con la Cina, che nel 2024 aveva raggiunto i 295 miliardi di dollari. L’idea era semplice: rendere i prodotti cinesi troppo cari, far crollare gli ordini, strangolare l’economia di Pechino.
La realtà è stata diversa. La Cina ha risposto con dazi al 125% sulle merci americane, ma mentre Trump festeggiava, i produttori cinesi avevano già spostato le fabbriche in Vietnam, Indonesia, Malesia e Thailandia. Nel solo 2025, oltre 8 miliardi di dollari di prodotti “cinesi” sono stati riesportati negli USA attraverso il Vietnam, camuffati da “made in Vietnam”.
Risultato? Il surplus commerciale della Cina nel 2025 ha toccato la cifra record di 1.100 miliardi di dollari (o addirittura 1,2 trilioni secondo i dati ufficiali), un massimo storico assoluto. Mentre perdeva quote sul mercato americano, Pechino le ha compensate altrove: esportazioni verso l’Europa +15%, verso il Sudest asiatico +8,2%. I veicoli elettrici cinesi hanno conquistato nuovi mercati e, sulle terre rare (di cui la Cina controlla oltre il 60% della produzione mondiale), Pechino ha minacciato due volte di bloccare le esportazioni verso gli USA, facendo tremare l’industria della difesa americana.
La risposta ufficiale di Pechino? Comunicati stampa e riunioni tecniche. Nessuna escalation verbale. Quando hai la regina sulla scacchiera, non serve urlare.
Venezuela: il rubinetto petrolifero strappato (e subito sostituito)
Il 1° gennaio 2026, Trump ordina un’operazione notturna a Caracas: Maduro viene catturato nel sonno. Gli USA annunciano che gestiranno temporaneamente il Paese e ne estrarranno le risorse. Ufficialmente è una “liberazione” dal dittatore. In realtà, era un colpo al flusso energetico verso la Cina.
Negli anni precedenti, Pechino aveva investito tra i 50 e i 60 miliardi di dollari in Venezuela, con prestiti garantiti da forniture di petrolio. L’80% del greggio venezuelano esportato finiva in Cina. Catturando Maduro, Trump tagliava un rubinetto diretto per Pechino e mandava un messaggio chiaro: nemmeno i vostri alleati sono al sicuro.
La Cina? Ha chiesto spiegazioni al Consiglio di Sicurezza ONU e ha emesso un comunicato sulla sovranità venezuelana. Niente di più. Perché? Perché stava già guardando avanti. Con il Venezuela fuori gioco, il Power of Siberia 2 (il gasdotto russo-cinese) è diventato urgente. Allo stesso tempo, le relazioni con Arabia Saudita, Emirati e Iraq si sono rafforzate. Perdere il Venezuela è stato un danno, non un disastro. E reagire emotivamente avrebbe dato a Trump esattamente ciò che cercava: un confronto diretto.
Iran: l’avversario eliminato che diventa un nuovo cliente
Il 28 febbraio 2026 arriva l’Operazione Epic Fury. Stati Uniti e Israele uccidono Khamenei e neutralizzano i siti nucleari iraniani. L’Iran era un partner strategico fondamentale per la Cina: quasi tutto il suo petrolio esportato finiva a Pechino (circa il 13% del fabbisogno cinese) e lo Stretto di Hormuz è la via per il 40% del petrolio mondiale.
Quando l’Iran ha chiuso lo stretto in ritorsione, è stato un colpo all’economia globale, compresa quella cinese. Eppure Pechino ha risposto solo con appelli alla cessazione delle ostilità e offerte di mediazione. Nessun soldato, nessuna sanzione agli USA.
Perché questo silenzio? Primo, Taiwan: in quei giorni Xi e Trump avevano avuto una telefonata delicata e Pechino non voleva far saltare il dialogo. Secondo, il paradosso: un Iran devastato dalla guerra, senza leadership e sotto sanzioni, avrà bisogno più che mai della Cina per ricostruirsi. Pechino entrerà nei contratti di infrastrutture e energia senza condizioni morali. Trump pensava di eliminare un alleato della Cina; in realtà ha creato un nuovo cliente disperato e dipendente.
Terzo, la guerra come laboratorio: le tecnologie militari americane e israeliane (droni, sistemi di difesa, attacchi a siti sotterranei) vengono studiate con attenzione a Pechino per il futuro.
I veri vincitori: Russia e Cina
Trump voleva chiudere i rubinetti energetici e commerciali alla Cina su tre fronti contemporaneamente. Il piano era logico, ma non ha funzionato come previsto.
I due Paesi che escono rafforzati da questo caos non sono gli Stati Uniti né i loro alleati:
- La Russia diventa il fornitore energetico di riserva per la Cina. Con Venezuela e Iran in difficoltà, il Power of Siberia 2 accelera. Mosca guadagna miliardi di contratti e decenni di dipendenza garantita.
- La Cina mantiene un surplus commerciale record nonostante i dazi, rafforza legami con Europa, Sudest asiatico e Golfo, trasforma l’Iran in un partner più dipendente e costruisce l’immagine di potenza responsabile e stabile. Mentre Trump appare imprevedibile, Xi proietta affidabilità. I mercati e i governi di mezzo mondo prendono nota.
Trump gioca a poker: puntate alte, bluff, spettacolo per le telecamere. Xi gioca a Weiqi (il Go), il gioco da tavolo cinese: non si cattura il re con una mossa sola, si circonda lentamente il territorio, si occupa spazio e si aspetta l’errore decisivo dell’avversario.
Quando vedete Trump al centro di ogni notizia – dazi, Venezuela, guerra in Iran – chiedetevi sempre chi non vedete. La Cina compare poco sui telegiornali non perché stia ferma, ma perché sta facendo esattamente ciò che vuole: nuovi accordi silenziosi, rotte energetiche alternative e la pazienza millenaria che l’Occidente fatica a comprendere.
Le partite vere non si vincono in un giorno. E mentre il mondo guarda il rumore, qualcuno sta vincendo la scacchiera.


