
Il Buddhismo è una delle principali religioni del mondo, fondata da Siddhartha Gautama, noto come il Buddha (il Risvegliato), intorno al 563 a.C. in India. Il Buddhismo si basa sulla ricerca della verità e della liberazione dalle sofferenze umane attraverso la pratica di principi etici e spirituali.
I quattro nobili veriti
Il Buddismo è basato su quattro nobili verità, che sono:
- La sofferenza esistenziale: il dolore e la sofferenza sono inevitabili nella vita umana.
- L’origine della sofferenza: la causa principale della sofferenza è l’insaziabilità e la ricerca del piacere personale.
- La cessazione della sofferenza: la sofferenza può essere eliminata mediante la pratica di principi etici e spirituali.
- Il cammino per la cessazione della sofferenza: il cammino verso la liberazione dalle sofferenze umane è possibile attraverso la pratica di principi come la compassione, l’equilibrio e la saggezza.
I Tre Giemelli del Buddhismo
Il Buddismo si divide in tre branche principali: - Theravada: questa scuola del Buddhismo si basa sul Canone Pāli, che contiene i testi sacri del Buddismo. È una delle più antiche e diffuse scuole del Buddhismo.
- Mahayana: questa scuola del Buddhismo si basa sulla dottrina della compassione universale e sulla fede nella possibilità di raggiungere la liberazione non solo per sé stessi, ma anche per gli altri. È una delle più diffuse scuole del Buddhismo in Asia.
- Vajrayana: questa scuola del Buddhismo si basa sullo yoga tantrico e sulla pratica di riti e cerimonie sacre. È prevalentemente diffusa in Tibet, Nepal e Mongolia.
Le pratiche del Buddhismo
Il Buddismo prevede diverse pratiche per raggiungere la liberazione dalle sofferenze umane, come: - Meditazione: la pratica della meditazione è fondamentale nel Buddhismo. Consiste nell’osservare il proprio pensiero e le proprie emozioni per comprendere meglio sé stessi.
- Etica: il Buddismo prevede l’applicazione di principi etici come la non-violenza, la sincerità e la generosità per raggiungere la liberazione dalle sofferenze umane.
- Saggezza: la saggezza è considerata la più alta delle virtù nel Buddhismo. Consiste nell’acquisire una comprensione profonda della realtà e della natura della sofferenza.
L’influenza del Buddhismo
Il Buddhismo ha avuto un grande impatto sulla storia e sulla cultura dell’Asia e, in generale, sul mondo. Ha influenzato la filosofia, l’arte, la letteratura e la musica in modo significativo. Inoltre, il Buddhismo è considerato una delle principali fonti di ispirazione per le religioni e le filosofie moderne.
In sintesi, il Buddhismo è una religione che si concentra sulla ricerca della verità e della liberazione dalle sofferenze umane attraverso la pratica di principi etici e spirituali.
Il Buddismo è una delle religioni e filosofie più influenti e diffuse al mondo, fondata nel 6º secolo a.C. in India da Siddhartha Gautama, il quale successivamente divenne conosciuto come Shakyamuni Buddha o semplicemente Buddha (“Il Illuminato”). Il Buddismo ha radici profonde nella filosofia, l’etica e le pratiche spirituali che si concentrano sulla comprensione del soffrire, la sua origine, il suo cessare e il percorso verso l’illuminazione.
Esistono molte tradizioni all’interno del Buddismo, ognuna con interpretazioni e pratiche leggermente diverse, ma tutte condividono alcuni principi fondamentali:
- Quattro Nobili Verità: Il fondamento del Buddismo è il quadro delle Quattro Nobili Verità:
- La Nobila Verità del Dolore (Dukkha): Esistono soffrienti, e ciò che è imperfetto non trova soddisfazione.
- La Nobila Verità dell’Origine del Dolore (Samudaya): Il dolore ha origine in tre elementi: affaticamento (tanha), esistenza (upada) e la perdita di ciò che si ama (abhava).
- La Nobila Verità della Fine del Dolore (Nirodha): Il cessare delle cause del dolore è possibile.
- La Nobila Verità del Sendero che conduce alla Cessaizione del Dolore (Magga): Seguendo il sendero dell’Ottima Via, si può raggiungere la fine del dolore.
- Ottava Folda del Sendero: Una pratica guidata che comprende segui, sforzi, guardare, preparazione, impegno, saggezza, attenzione e equilibrio. Queste otto foldine sono il percorso pratico verso l’illuminazione.
- Tre Gioi Ellittici: Stati di esistenza desiderabili che si possono raggiungere attraverso la pratica del Buddismo: un mondo senza dolore, un mondo con solo i sensi piacevoli (sensualpiyadammasottambhā), e un mondo senza principio (appammādesu).
- Cinque Pillole del Buddismo: Queste cinque pillole sostengono il Buddismo e sono fondamentali per la sua pratica:
- La Preparazione (Sikkhāpāda): imparare e seguire le Dharma.
- La Presenza di Saggezza (Bhāvanā): meditare e sviluppare l’intuizione.
- La Comunità del Sangha: unirsi a una comunità di praticanti che supportano e incoraggiano l’un l’altro.
- L’Offerta (Cāga): donare materialmente o con il cuore per supportare i monaci, le novizi o le attività religiose.
- Il Risveglio (Sotāpanna): raggiungere uno stato di illuminazione parziale, diventando un sotāpanna.
Il Buddismo si divide in tre grandi tradizioni:
- Theravada: La tradizione più antica e conservatrice, praticata principalmente in Sri Lanka, Myanmar (Birmania), Thailandia, Laos e Cambogia.
- Mahayana: Una tradizione che si è sviluppata successivamente e che include scuole come il Vajrayana o Tibetano e il Zen. È praticata in Cina, Giappone, Corea, Vietnam e Taiwan, oltre al Tibet e ad altre parti del mondo.
- Vajrayana: Una forma di Mahayana che enfatizza l’uso di mantra, mando e simboli per raggiungere l’illuminazione in questo stesso corpo e vita.
Alcuni concetti chiave nel Buddismo includono:
- Dukkha: Soffriento, insoddisfazione o “imperfettibilità” dell’esistenza.
- Anica (Anicca): Impermanenza, l’idea che tutto cambia e nulla rimane costante.
- Anatta (Anatman): Niente anima, la mancanza di un “io” permanente o essenza individuale.
- Karma: L’azione intenzionale che determina l’esperienza futura dell’individuo.
- Samsara: Il ciclo di esistenza e rinascimento (rebirth).
- Dharma: Le insegnamenti del Buddha, comprensibile come sia il discorso (parola) che l’esempio di vita del Buddha.
- Sangha: La comunità di praticanti o monaci.
Il Buddismo continua a evolversi e ad adattarsi in tutto il mondo, influenzando non solo la vita religiosa ma anche l’etica, la psicoterapia, l’educazione, l’arte e la società in generale.
Generalità
Il movimento buddista nasce in India nella regione del Gange, ad opera di Buddha il quale, pur facendo derivare dall’induismo alcuni concetti come l’irrealtà del mondo, la sanzione dei nostri atti, la trasmigrazione delle anime, proclamò il suo distacco dalle teorie dei testi sacri indù detti Veda, operando una riforma “religiosa” e una rivoluzione sociale: basta con i Bramini (i sacerdoti indù)! Basta con le caste! Egli, pur conservando le nozioni vediche di Karma e di Samsara (testi sacri dell’induismo), rifiutò quelle di Atman. Poiché non vi è una particolare riflessione teologica su Dio alcuni definiscono il buddismo non una religione.
Per Buddha non esiste l’io, né sul piano individuale, né su quello universale; non c’è quindi l’identificazione Atman – Brahman insegnate dalle Upanishad.
Tale dottrina (dharma) dell’anatta è del tutto fondamentale e specifica del buddhismo.
L’originalità del Buddha consiste nel mostrare la causa della sofferenza, come essa può essere soppressa e, ottenendo la fine della sofferenza, come entrare nel Nirvana.
Alcuni considerano il buddismo come la prima religione di “liberazione universale”.
Vita di Buddha (verso il 560 – 480 a.C.)
Nacque ai confini del Nepal in una regione himalayana da una ricca famiglia dei Sahkya, una stirpe che dominava il paese e che aveva come capostipite leggendario il Re Okkava.
Non è figlio di re, come molte leggende lo presentano, ma di un raja, cioè di un capo eletto dai maggiorenti cui era affidato il potere di governare.
Gli viene imposto il nome di Siddharta (“quegli che ha raggiunto lo scopo”) e di Gautama (“appartenente al ramo dei Sahkya”), ma in seguito verrà indicato con altri appellativi, sui quali emerge quello di Buddha, che significa: l’Illuminato, il Risvegliato.
Siddharta Gautama dovrebbe avere tutto per essere felice: fu allevato in mezzo alle comodità e al lusso principesco di una famiglia molto agiata; doni eccezionali, una sposa incantevole dalla quale ebbe anche un figlio.
Tuttavia, nonostante le precauzioni del padre affinché non fosse mai turbato da nulla nella sua vita, un giorno incontra un vecchio decrepito (la vecchiaia); un’altra volta un ammalato che urla (la sofferenza); poi un cadavere che viene condotto al rogo (la morte). Ben presto Siddharta Gautama comprese che la vecchiaia, la sofferenza e la morte erano la sorte comune di ogni uomo.
Un quarto incontro gli indicò il rimedio: fu un monaco mendicante, vestito di cenci, da cui traspariva una serena dignità. Desideroso di conoscere le cause della miseria presente nel mondo, a circa 29 anni prese la sua decisione: di notte, senza rumore, lasciò la sua dimora, la sua sposa addormentata, suo figlio appena nato; abbandonò tutto e tutti per condurre vita eremitica fra i Shakyamouni. Diventò monaco Shakya, alla ricerca di una soluzione all’enigma della vita.
Insoddisfatto delle risposte di altri maestri, dopo digiuni estenuanti, capì che la conoscenza della salvezza poteva trovarla solo nella meditazione personale.
Sei anni più tardi, fermatosi ai piedi di un albero di fico, in una notte di Luna piena del mese di maggio, raggiunse l’illuminazione.
Capì di aver scoperto il segreto del dolore universale. A poco a poco, tutto si schiarì, si coordinò, s’illuminò con l’intuizione delle Quattro Nobili Verità sul dolore, sull’origine del dolore, sulla soppressione del dolore, sulla via che porta alla soppressione del dolore. Gautama diventò Buddha: il chiaroveggente, l’illuminato, il saggio. Ogni persona illuminata è un “Buddha”.
Dopo diverse esitazioni, il Buddha Siddharta si decise a rendere gli altri partecipi della sua esperienza spirituale, dando inizio ad una lunga predicazione itinerante. Il punto di partenza è il celebre “Discorso di Bénarès”.
Le conversioni si moltiplicarono anche tra i Bramini. Buddha raggruppò i suoi convertiti in comunità. A 80 anni, stanco e felice, si coricò sul fianco destro e arrivò alla liberazione del Nirvana. Prima di morire, fu circondato dai suoi seguaci tra i quali il discepolo prediletto Ananda, al quale lasciò le sue ultime disposizioni. Dopo la morte di Buddha ( 486 a.C.), iniziò il lungo cammino del buddismo come un vero e proprio movimento religioso.
La dottrina di Buddha
La dottrina buddista si fonda sulle Quattro Nobili Verità, che Buddha intuì sotto l’albero della Bodhi (illuminazione), il cui contenuto essenziale è nel “Sermone di Bénarès”.
La prima verità: tutto è dolore.
Emerge il carattere negativo dell’esistenza; la nascita avviene nel dolore; la malattia è dolore; la vecchiaia è dolore, la morte è dolore, la separazione da ciò che si ama è dolore; l’impossibilità di soddisfare i propri desideri è dolore. Tutto è dolore. Motivo? La risposta è nella prossima verità.
La seconda verità: l’origine del dolore è il desiderio.
Insegna che il dolore ha origine nella “sete” (il desiderio) del piacere, nella sete dell’esistenza, nell’attaccamento agli esseri e alle cose. L’origine della sofferenza è causata dalla dipendenza di tutto ciò che è instabile, fragile, non duraturo.
La terza verità: eliminare il desiderio.
Insegna che la sete dell’esistenza può essere eliminata distruggendo totalmente il desiderio, rinunciandovi. La causa prima del ciclo dell’esistenza e del dolore, è la non conoscenza (ignoranza) della dottrina delle quattro verità. Ogni fenomeno ha una causa che è l’effetto di una causa anteriore: perciò è condizionato e dipendente. Ogni individuo è condizionato dalla sua catena di esistenze precedenti: il samsara (il circolo della vita; sam – sar girare intorno; nascita morte rinascita).
La quarta verità: il nirvana.
Indica la via per raggiungere la salvezza, il nirvana che è l’estinzione del dolore e della catena delle esistenze: mediante tecniche ascetiche buddiste. Il nirvana è l’annullamento del Karman (la forza dell’azione che ci lega al ciclo delle rinascite)
Dopo la presa di coscienza delle tre Verità, gli strumenti per liberarsi dal dolore e dalla catena delle esistenze vengono presentati in quello che viene denominato l’Ottuplice Sentiero :
La Retta Fede, cioè l’incondizionata adesione alle quattro verità;
La Retta Risoluzione, cioè l’impegno a tenere lontano da sé ogni desiderio, odio o malizia;
La Retta Parola, cioè l’astensione dalle parole false;
La Retta Azione, cioè l’astensione dall’uccidere esseri viventi, dal furto e dall’adulterio;
Il Retto Comportamento di vita, cioè la pratica di tutte le norme che riguardano il parlare e l’agire;
Il Retto Sforzo, cioè la volontà di incrementare le qualità buone;
Il Retto Ricordo, cioè la condizione della mente priva di confusione che aiuta a perseverare nella via di salvazione e a non cedere ai desideri;
La Retta Concentrazione, cioè il raccoglimento della mente che disperde la falsa concentrazione e conduce allo stato di abolizione della coscienza e della non coscienza.
La liberazione non dipende soltanto dalla conoscenza della ignoranza, ma anche dalla osservanza delle norme (sìla) di comportamento.
La vanità
Buddha nega l’io, l’anima individuale, l’Atman; “lo stesso spirito è un’illusione”. Il mondo in cui viviamo non ha alcuna realtà. E’ un oceano di instabilità, d’irrealtà, non è durevole, è fragile. Tutto è vano.
Osserviamo ora che cosa scrive la Bibbia nel libro del Qoèlet:
“Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità, tutto è vanità.
Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole?”
(Qoelet 1,2 – 3)
Non si può intravedere una lontana similitudine nel significato di tali versetti biblici con la riflessione spirituale buddista?
“Il nirvana”: la salvezza.
Nell’induismo la liberazione o salvezza era il moksha, che si otteneva con il dharma, la condotta umana. Ora, nel buddismo, si parla di salvezza intesa come nirvana, che si ottiene con l’estinzione di ogni desiderio o dipendenza.
Buddha definisce il nirvana: “la fine delle rinascite, l’estinzione, il non essere; è vuoto e infinito come lo spazio per gli uccelli…” Il nirvanaè un pensiero buddista intraducibile nei termini della nostra cultura occidentale. Talvolta è stato erroneamente inteso come una specie di “paradiso” o come una condizione ultraterrena.
In realtà il nirvana è proprio una non condizione, anche se deve essere inteso positivamente. Il Nirvana indica l’annullamento del karma, che è la forza prodotta dalle azioni che legano l’uomo al ciclo delle rinascite.
Il nirvana è anche l’annientamento con tutti i legami dell’esistenza. E’ la liberazione da ogni dipendenza che è la causa del dolore. Nel buddhismo si può raggiungerlo con il “risveglio” (bodhi) inteso come “illuminazione”: tutto è relativo. Le cose, il mondo, perfino la stessa persona pensante sono parziali, non completi, limitati e dipendenti.
Il nirvana è una specie di “coscienza universale” che tuttavia non conosce altro che sé (non essendoci altra realtà).
In psicanalisi il “principio del nirvana” è spesso usato per indicare la tendenza a spegnere quanto più possibile una eccitazione psichica.
In realtà il nirvana è il raggiungimento della beatitudine cosmica, lo stato dei “Santi”. Nell’induismo viene chiamato “la realizzazione”, l’illuminazione o l’unione con il divino.
Non si tratta di “spegnere un’eccitazione psichica”, ma di superarla (trascenderla). E’ la vittoria sull’Io (l’Ego).
Il culto
Non vi è una organizzazione all’interno di una struttura gerarchica.
I buddisti venerano alcune divinità, ma le ritengono inferiori al Buddha che ogni mattina invocano così:
– mi rifugio nel Buddha
– mi rifugio nel Dharma (= Dottrina)
– mi rifugio nel Sangha (= Comunità).
Sono i tre “gioielli” per raggiungere la liberazione e la beatitudine celeste.
Di fronte alle numerose statue di Buddha, il fedele si inchina, si inginocchia e, postosi a gambe incrociate, preferisce meditare. Riflette sulla propria vita, confessa il male e promette di evitare la menzogna e di osservare i cinque comandamenti: non uccidere, non rubare, non disordinare sessualmente, non essere falso, non bere prodotti inebrianti.
Standosene del tutto immobile, ripetendo i brani dei testi sacri, il fedele cerca di allontanare dalla mente ogni pensiero fino a raggiungere uno stato di perfetta pace e serenità interiore.
Comunità monastiche
Il monaco (bonzo) deve fare un noviziato: gli si radono la barba e i capelli, indossa un abito particolare, accetta la regola della comunità e la direzione di un precettore.
Finito il noviziato, il postulante, che deve avere almeno vent’anni, dopo l’approvazione dell’assemblea diventa Bhinksu. Accetta allora la regola della povertà monastica: non possedere che nove cose: tre panni per vestirsi, una cintura, un ago, un rasoio, un filtro, un ventaglio, una tazza per mendicare il cibo.
Egli si impegna ad osservare quattro doveri: castità assoluta, non uccidere neanche un animale, non rubare, non vantarsi di perfezione spirituale.
Trascorrerà la sua vita in un’atmosfera di silenzio.
Ogni quindici giorni il monaco si accusa pubblicamente dei suoi peccati lievi; le trasgressioni dei suoi quattro doveri lo portano all’espulsione.
Lo stato di bonzo è il cammino che porta più sicuramente al Nirvana, mentre i laici che osservano la legge e praticano la carità (più particolarmente verso i bonzi) possono sperare in una rinascita più piacevole.
Il cattolicesimo e le religioni orientali
Buddismo e cristianesimo
Ci si trova in difficoltà quando si tratta di distinguere da ciò che è la storia reale di Buddha, scritta quattro secoli dopo la sua morte, da ciò che è la leggenda.
I Vangeli canonici e le lettere di S. Paolo sono stati accuratamente studiati dal punto di vista storico, critico, archeologico ed esegetico; inoltre tali testimonianze sono state scritte pochi anni dopo la morte di Gesù.
Buddha porta l’uomo all’esclusione del dolore (“la salvezza”) mediante l’eliminazione dei desideri o delle dipendenze. Dinanzi alla sua statua serena e tranquilla, il buddista deve riflettere sul discorso di Benares: la dimenticanza mediante l’ascesi.
Per i cattolici, Cristo libera dal peccato mediante la Grazia: quello speciale dono che sostiene gli sforzi umani e li impreziosisce.
Davanti al crocifisso il cristiano dovrebbe riflettere sul discorso delle beatitudini: la redenzione opera dell’amore.
Il male “peccato”, secondo il cristianesimo, è la mancanza d’amore fra gli uomini che si allontanano da Dio, sono la superbia e l’orgoglio.
La liberazione, secondo i cattolici, avviene mediante alcuni speciali doni di Cristo e la volontà dell’uomo di amare Dio. E’ accertato da testimoni del tempo che Gesù guarì i paralitici, la lebbra e, soprattutto, che è risorto.
La fede in Gesù nasce dal fatto che è risorto; la salvezza (la liberazione e la resurrezione) è l’intima comunione con l’Essere Supremo: il “Padre”.
§ 496. L’induismo e il buddismo secondo la Chiesa Cattolica
Riportiamo e sottolineiamo ora come la Chiesa Cattolica considera l’induismo e il buddismo:
“… nell’induismo gli uomini scrutano il mistero divino e lo esprimono con la inesauribile fecondità dei miti e con i penetranti tentativi della filosofia; cercano la liberazione dalle angosce della nostra condizione sia attraverso forme di vita ascetica, sia nella meditazione profonda, sia nel rifugio in Dio con amore e confidenza.
Nel buddismo, secondo le sue varie scuole, viene riconosciuta la radicale insufficienza di questo mondo mutevole e si insegna una via per la quale gli uomini, con cuore devoto e confidente, siano capaci di acquistare lo stato di liberazione perfetta o di pervenire allo stato di illuminazione suprema per mezzo dei propri sforzi o con l’aiuto venuto dall’alto.
Ugualmente, anche le altre religioni del mondo intero si sforzano di superare, in vari modi, l’inquietudine del cuore umano proponendo delle vie, cioè dottrine, precetti di vita e riti sacri.
La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni.
Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini.
Tuttavia essa annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo che è « via, verità e vita » (Gv 14,6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con se stesso tutte le cose.
Essa perciò esorta i suoi figli affinché, con prudenza e carità, per mezzo del dialogo e della collaborazione con i seguaci delle altre religioni, sempre rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana, riconoscano, conservino e facciano progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali che si trovano in essi.”
Concilio Ecumenico Vaticano II Nostra Aetate n. 2 (28 ottobre 1965)
La creazione a confronto
La scienza, il pensiero indiano e il cristianesimo
Nella sezione dedicata ai due “racconti” biblici sulla creazione, ci siamo limitati a presentare solo quello che scrive l’Antico Testamento nel libro Genesi, senza presentare le novità dottrinali “scoperte” per mezzo di detti e fatti di Gesù e dei suoi apostoli.
Tralasciamo il Corano, il testo sacro dei musulmani, poiché il breve accenno della creazione ad opera di Allah in sei giorni è un chiaro riferimento dipendente dalla Bibbia.
Il Corano dunque, non aggiunge particolari nuovi e interessanti rispetto a quelli della Bibbia, anche se molti altri riferimenti biblici sono fortemente travisati e distorti.
Il pensiero della creazione cambia totalmente nella meditazione degli antichi testi sacri indù detti “I Veda”.
La dottrina indiana della creazione è varia e complessa, poiché il legame di Dio con la natura è espresso in vari modi.
La “creazione” fu pensata sia come generazione di Dio, sia come costruzione da “materiale” preesistente, sia come emanazione (continuazione o divulgazione divina), sia come opera “magica”.
Nel pensiero indiano del samkhya, che distingue e ben separa la natura materiale (prakrti) dallo spirito (purusa), la creazione avviene invece per l’evolversi della materia primordiale (prakrti), e si scandisce, ciclicamente, nei ritmi di espansione e di “riassorbimento”.
Secondo il buddismo, sebbene non si possa parlare di vera e propria creazione, neppure di anime eterne, il cosmo comprende una serie di mondi ognuno dei quali ha una sua evoluzione spontanea e ciclica.
I mondi sono articolati nelle tre sfere: del desiderio, delle forme, senza forme.
Gli esseri nascono, muoiono e rinascono secondo la legge del Karman che regola la causa degli eventi.
Secondo la dottrina cristiana l’universo fu creato dal nulla (ex nihilo), da parte di un libero atto di Dio, chiamato perciò il Creatore.
Dio pronuncia la sua parola e le cose si fanno presenti.
Rispetto alle sue creature, Dio si mantiene distaccato e indipendente (trascendente).
Dio è anche colui che prepara le condizioni per realizzare il suo progetto storico d’amore o di salvezza: la “divinizzazione” del Creato.
La creazione è, in ultima analisi, incompatibile con il pensiero orientale secondo cui Dio, nel dar luogo all’universo, avrebbe fatto uso di materia preesistente, o di una derivazione del cosmo da Dio per emanazione.
Tuttavia è interessante osservare le riflessioni dottrinali sui detti e i sui fatti di Gesù di Nazareth, i quali confermano il pensiero che la creazione è la dimostrazione della potenza di Dio “Figlio” (la forza della “Parola” di Dio, il Verbo…), ma anche che “Dio ha parlato per mezzo del suo Figlio”.
Che cosa significa questo?
Secondo il pensiero cristiano, durante la creazione il nome di Dio è unito a quello di Cristo.
Credete che il discorso sia finito così?
Osserviamo che cosa continua a rivelare.
Occorre ricordare che Cristo è anche considerato il primogenito e il preesistente di tutte le creature, attraverso il quale tutto è stato fatto. Vale a dire che la creazione, secondo i cristiani, è opera non del Padre, neppure dello Spirito Santo, ma del Figlio, la forza della Parola detta anche la seconda “persona” della Santissima Trinità, che si è anche incarnata nell’uomo storico di Gesù di Nazareth.
Il discorso è molto complesso; ci limitiamo a ricordare che la creazione è un’opera distaccata da Dio per mezzo della forza della sua Parola, la stessa che si è incarnata in Gesù per “divinizzare” o salvare il mondo da una situazione di peccato (ciò che distacca l’uomo da Dio). (vedi: Cristo e la creazione § n. 406)
Oggi la discussione sulla creazione è sempre più abbandonata dai moderni studiosi di Dio (teologi), che hanno posto una chiara distinzione fra l’aspetto di competenza della scienza che indaga sul come Dio ha creato il mondo e sull’aspetto della fede, la quale indaga sullo scopo della creazione (il perché, conoscereil progetto di Dio attraverso i detti e i fatti di Gesù, comprendere la volontà di Dio nei riguardi dell’uomo e della creazione).
Alcune religioni orientali minori
Lo zen. Generalità
E’ una setta buddista nata in Cina e affermatasi anche in Giappone durante il periodo Kamakura (1185-1333). Lo zen realizza, nei termini della cultura nazionale giapponese, lo strumento salvifico della meditazione contenuto nel buddismo indiano e rielaborato dal buddismo cinese.
La meditazione indiana e l’elaborazione cinese si proponevano di conseguire la fuga dal mondo e si svolgevano pertanto in senso antisociale. Con la meditazione zen accade tutto il contrario: essa viene assunta proprio in funzione sociale. Lo spirito dello zen ha compenetrato tutta la cultura giapponese, dando onore ai samurai (divenne di fatto la loro religione), esaltando la gentilezza dei rapporti sociali (indicativa è la cerimonia cha-no-yu, in cui si offre e si beve il tè), e influenzando profondamente i diversi campi della cultura e dell’arte giapponese, fino a incidere su taluni aspetti del costume.
Il taoismo. Generalità
Si tratta di un movimento filosofico-religioso cinese sorto nel VI sec. a.C. Con il buddismo e il confucianesimo, il taoismo è una delle tre religioni fondamentali della Cina. Ha seguaci anche in Giappone. E’ molto importante distinguere il taoismo filosofico che ha un altissimo livello spirituale dal taoismo religioso popolare ricco di superstizioni e di riti. Il fondatore del taoismo sembra essere Lao-tzù (o Lao-Tse, il “Vecchio Maestro”) vissuto attorno il 500 a.C., autore del più antico testo filosofico cinese del taoismo: il Tao-te-ching.
Le altre opere del taoismo che merita ricordare sono: il Chuang-tzù e il Lieh-tzù. Il taoismo esalta l’individuo e la sua libertà, ed essendo in contrapposizione con il confucianesimo, la religione della burocrazia statale, esercitò una vasta influenza su tutta la cultura cinese. Come espressione religiosa, il taoismo si collega direttamente alla religione popolare. Il legame stretto con la mentalità popolare, portò i filosofi taoisti ad appoggiare e spesso a organizzare le rivolte contadine contro i funzionari confuciani. Ciò fu la causa di numerose persecuzioni da parte del potere. La grande persecuzione scatenata dagli ultimi imperatori della dinastia T’ang portò al declino del movimento (IX sec.), che tuttavia sopravvisse come religione popolare.
Il Tao è una voce cinese, che significa strada o retto cammino, ma è anche il primo principio dell’ordine cosmico che sta all’origine di ogni cosa e da cui derivano i due opposti ying e yang e tutte le creature dell’universo.
Il Tao viene indicato con un cerchio diviso in due metà che rappresentano:
lo yang le forze della luce, del Sole, l’elemento “maschile”, la forza positiva della vita;
lo ying le forze delle tenebre, della terra, l’elemento “femminile”, la forza negativa della vita.
Dalla fusione di questi due elementi, o forze contrapposte, trae origine la vita dell’intero universo. Il taoismo predica il ritorno alla natura onde sottrarsi agli inganni della vita politica feudale; il miglioramento del proprio io, mediante l’isolamento dalla vita sociale, praticando il “non agire” e cercando di raggiungere l’immortalità.
Il “non agire” non è passività, ma libertà dagli interessi terreni, dall’attaccamento passionale. Verso il V sec. il movimento appare ben consolidato con mitologia e culto propri.
Esiste una triade taoista, i Tre Puri:
il Puro Giada (il sovrano del Cielo);
il Puro Superiore (il regolatore dell’alternanza cosmica ying – yang e del flusso del tempo);
il Puro Supremo (è lo stesso Lao-tzù, il quale dimora nel terzo “Cielo”; è l’oggetto di culto in quanto ha predicato agli uomini la dottrina salvifica).
Vi sono varie liturgie con molti elementi di magia e superstizione: vi è la liturgia della pioggia, del fuoco ecc. Tali liturgie erano presiedute dai bonzi.
Il Taoismo e il cristianesimo
Nell’opera Tao-te-ching vi sono considerazioni molto interessanti per la comprensione di Cristo.
Nel cristianesimo l’umiltà è una delle virtù più importanti. Tuttavia il cristianesimo che si vede non appare molto umile e dobbiamo riconoscere che tale studio è poco sviluppato, mentre nel taoismo è al centro della riflessione filosofica. Umiltà è verità.
Si è umili se si è se stessi davanti alle cose come sono.
In un certo senso un taoista è un povero di spirito simile a quelli di cui si parla nelle beatitudini del vangelo. Per capire l’amore occorre che il mondo agisca su di noi; occorre essere aperti, quieti, lasciare che le cose agiscano su di noi.
Gli occidentali sono ammalati di attività: se non fanno qualcosa di produttivo sembra loro di non vivere. Il taoista nel suo vivere la quiete, quella che ai nostri occhi sembra passività, è in realtà pienamente attivo.
Vi è una forza nelle cose e nel mondo che, se ci adeguiamo, spinge verso uno sviluppo armonico. Se la si vuole contrastare, o forzare, causa danni. I taoisti chiamano la forza insita nelle cose o nel mondo “Tao” (la Via); i cristiani la potrebbero chiamare “Provvidenza”.
Secondo il teologo Cattolico Riches, Gesù doveva seguire la sua Via, il suo Tao, non i ragionamenti umani del mondo, nè seguire le vie del mondo.
La sua morte in croce potrebbe essere considerata, per i taoisti, l’atto più passivo della sua Via (il Tao) nel suo significato più positivo, per i cristiani l’atto più salvifico.
In occidente è impensabile considerare la passività, la quiete, come potere e potenza in termini positivi e perfino salvifici. Per il taoista è un presupposto indispensabile per vivere serenamente.
Ma sia il cristiano che il taoista potrebbero essere d’accordo con l’affermazione “chi vince perde e chi perde vince”. Il potere è pericoloso, falsifica la propria visione della realtà, favorisce l’orgoglio e la presunzione. Nella Chiesa terrena il potere favorisce l’arroganza, la presunzione e l’orgoglio. Il potere è solo il Tao, la Via (Dio). Alcuni autori confrontano i testi taoisti con la spiritualità di alcuni famosi Santi (ad esempio S. Teresa del bambin Gesù). Il taoismo ha molto da insegnare ai cristiani riguardo l’umiltà.
Si è spesso voluto vedere nel taoismo una religione popolare (contadina), che tuttavia non avrebbe mancato di ispirare filosofi e persone d’alta cultura, fermo restando una specie di frattura tra la teoria di questi (aspetto filosofico) e la pratica delle masse (religiosità popolare).
La liberazione, salvezza per i cattolici, è il recupero nell’uomo di quella sua originale immagine del Dio/amore che è stata poi offuscata dall’egoismo e dal peccato originale originante.
Quest’ultima, nel sistema filosofico del vedanta, è la teoria che ha avuto più fortuna tramite la categoria della maya (il potere in cui l’Essere Supremo può far sorgere e scomparire ciò che vuole).
“Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio…”. Ebrei 1,1
Per una eventuale riflessione su chi sia il Cristo sono interessanti questi versetti del Nuovo Testamento: “In verità, in verità vi dico, il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che il Padre fa, anche il Figlio lo fa.” (Gv 5,19);
“Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”. Lc 10,22;
Secondo la dottrina cristiana, l’unico Dio esistente è considerato con tre particolari “caratteristiche” chiamate comunemente “persone”, o ipostasi per i teologi, che insieme formano la famosa Santissima Trinità del “Padre” (il pensiero progetto di Dio, la sua iniziativa), del “Figlio” (la potenza creatrice, la forza della Parola, la destinazione della volontà di Dio) e dello Spirito Santo (la forza dell’ “amore”, il legame tra il Padre e il Figlio…).
Il suono viene pronunciato con la bocca prima e dopo la preghiera e la lettura dei testi sacri scomponendolo secondo la fonetica sanscrita nelle tre lettere A,U,M, considerate i simboli delle tre realtà psicofisiche: mondo sensibile, mondo delle immagini, mondo della causalità.
Edwin Hubble, è un astronomo statunitense che si occupò soprattutto di nebulose extragalattiche; nel 1923 riuscì a misurare la distanza dalla Terra di una nebulosa a spirale (quella di Andromeda) e quindi a dimostrare che oggetti di quel tipo sono sistemi esterni alla nostra Galassia; nel corso di ricerche statistiche sulla loro distribuzione, scoprì la fascia sull’equatore della Via Lattea nella quale non si possono osservare galassie esterne, a causa dell’assorbimento dovuto al materiale galattico. Intorno al 1940 formulò la relazione velocità-distanza per le galassie, di grande importanza in cosmologia. Compilò infine una classificazione delle galassie, tuttora valida.
Big bang è così chiamata la teoria scientifica della formazione dell’universo: si crede in una grande esplosione iniziale. E. Hubble ne ha fornito il supporto teorico e sperimentale.
Zen. “c’han” e “pali”, risale al sanscrito dhyana, contemplazione.
Samurai. Sono i “guerrieri” del periodo feudale. La rigida disciplina cui i samurai si sottoposero sviluppò le virtù della lealtà, dell’onore, del coraggio e della sobrietà, finché, con l’apporto di elementi tratti dal confucianesimo, si giunse nel sec. XVII a una vera e propria codificazione di questo sistema etico col Bushido (la via del guerriero).
Tao. Fenomenologicamente si potrebbe intendere il tao come un “ordine naturale” contrapposto all’“ordine culturale”, oppure come un principio dinamico (una specie di potenzialità assoluta) irriducibile pertanto alle forme del divenire, che presuppongono il principio stesso.
Il confucianesimo pone la salvezza individuale in una “restaurazione” dell’Impero, su nuove basi di comportamento politico religioso, mentre il taoismo pretende di “rigenerare” l’individuo e la società, svincolandoli dall’ “ordine imperiale” e vincolandoli (o adeguandoli) all’ “ordine cosmico”, o a un principio cosmico chiamato Tao. Il Confucianesimo è una religione filosofica e soprattutto politica nota per il riordino di antichissime filosofie cinesi ad opera di Confucio nella Cina del sec. V a.C. E’ nata per rispondere a un’esigenza d’ordine sociale, in un periodo di confusione e incertezza per una grave crisi politico-sociale. I libri canonici sono detti ching e sono degli antichi testi con resoconti annalistici, riti, miti, poesie, ecc. Il fine ultimo del confucianesimo lo si può osservare in questa affermazione: “Chi governa mediante la propria virtù è come la stella polare che è fissa al suo posto e tutte le stelle la onorano” (dai Dialoghi di Confucio, II, 1). Il regno deve essere governato con saggezza e con giustizia. La realtà suprema del confucianesimo era l’Impero. Riportiamo due famose massima di Confucio:
“Non fare agli altri quel che non vuoi sia fatto a te stesso”, (Confucio, Dialoghi, XII, 2).
«Soltanto chi possiede jen è capace di amare e di odiare la gente» (Confucio, Dialoghi, IV, 3). Lo jen viene solitamente tradotto come “virtù umanitaria” o “umanità”, è qualcosa che rende “umana” la convivenza tra gli uomini; può essere inteso come “amore” per gli uomini.
Il Buddhismo in sintesi
1. Premessa
Il Buddhismo nasce essenzialmente come una filosofia, un insegnamento sul senso della vita e del mondo. Poiché in esso originariamente non si fa riferimento ad una o più divinità supreme, sarebbe forse più corretto non considerarlo come una vera e propria religione. Tuttavia, la presenza dominante della dimensione soteriologica1 e la profonda venerazione di cui i fedeli hanno ben presto fatto oggetto il suo fondatore, fanno sì che il Buddhismo venga considerato non ingiustificatamente tra le grandi religioni.
2. BUDDHA
Fondatore del Buddhismo è il principe Siddhàrta, della nobile famiglia Gautàma, appartenente alla tribù guerriera dei Sakya. Nasce intorno al 560 a.C. a Lumbini, presso Kapilavàstu, città dell’India settentrionale di cui suo padre Suddhodana era il signore. Cresce nel lusso e negli agi della corte, riceve un’ottima educazione e primeggia negli studi. Per precisa volontà di Suddhodana, la sua gioventù trascorre tra piaceri e divertimenti, in una sorta di isola felice dalla quale le imperfezioni e le sofferenze del mondo reale sono bandite. Il matrimonio con Yasodhara e la nascita del figlio Rahula completano un quadro idilliaco.
La vita di Siddharta subisce una svolta decisiva quando, malgrado l’impegno del padre, egli viene a contatto con le miserie umane incontrando un vecchio, un malato e un funerale. Profondamente colpito dall’esperienza del dolore e della caducità, prova un senso di insoddisfazione per l’esistenza condotta sino ad allora. Un quarto incontro con un monaco gli appare come la risposta alle inquietudini che lo turbano: decide di abbandonare la famiglia e le ricchezze per diventare un pellegrino in cerca della verità sulla sofferenza e la vita dell’uomo.
Si reca presso maestri di saggezza che lo guidano negli studi, ispirati soprattutto alle Upànishad ; in seguito, in compagnia di cinque discepoli, pratica per sei anni l’ascesi più rigida, ritenendo che attraverso le mortificazioni corporali sia possibile consentire alla mente di penetrare con maggiore chiarezza le verità più recondite. Dopo essersi sottoposto ad esercizi penitenziali molto severi (ad esempio un digiuno tanto prolungato da provocare la caduta dei capelli), si rende conto della loro inutilità e li abbandona per adottare uno stile di vita più ragionevole.
La seconda grande svolta, quella decisiva, si verifica durante una notte trascorsa in meditazione, quando raggiunge l’Illuminazione sul dolore, sulla sua origine e sugli strumenti atti a liberarne l’uomo. Superata la tentazione di tenere per sé la scoperta della via che porta alla salvezza, Siddharta comincia ad insegnare ciò che ha appreso dalla sua straordinaria esperienza. I primi a seguirlo sono i compagni che avevano condiviso con lui la vita ascetica, ai quali rivolge la cosiddetta “Predica di Benares”, il discorso in cui riassume i concetti fondamentali della propria dottrina.
Malgrado l’opposizione di non pochi avversari, Siddharta, che i discepoli chiamano Buddha, con la sua predicazione, talvolta accompagnata da eventi prodigiosi, riscuote grande successo ed ottiene numerose conversioni in tutte le classi sociali nel corso di una lunga serie di viaggi. Tornato a Kapilavastu, vi incontra il padre Suddhodana e il figlio Rahula e, per accontentare la matrigna Mahaprajapati desiderosa di essere sua discepola, vi fonda il ramo femminile dell’ordine. Nascono così varie comunità di fedeli composte da religiosi e da laici, che dopo la sua morte, avvenuta forse nel 480 a.C., conservano e diffondono la dottrina da lui elaborata.
3. La dottrina (DHARMA)
La dottrina buddhista ha un carattere pratico più che teoretico, è cioè volta ad indicare concretamente un efficace cammino di salvezza. Siddharta diffida dei procedimenti logici troppo raffinati dei filosofi, che vogliono raggiungere la conoscenza per via deduttiva e si perdono in dispute prive di costrutto. Ciò che conta nella vita dell’uomo non è tentare un’impossibile dimostrazione dell’eternità o dell’infinità del mondo, ma conoscere ed applicare la teoria che conduce alla liberazione dal dolore.
Il nucleo della dottrina è costituito dalle cosiddette Quattro Nobili Verità:
1. L’universalità della sofferenza
Il punto di partenza della riflessione di Buddha è una constatazione: la vita umana è sofferenza. Certo esistono anche esperienze piacevoli o gioiose, ma esse si rivelano in ultima analisi illusorie, perché legate a realtà passeggere, destinate, come tutte le cose di questo mondo, a corrompersi e a scomparire. A partire dalla nascita, dunque, e soprattutto in occasione della malattia, della vecchiaia e della morte, tutto è dolore.
Nell’ottica buddhista, la conoscenza di questa grande verità non deve indurre alla disperazione, ma costituisce soltanto il primo passo verso la salvezza.
2. L’origine della sofferenza: il desiderio
Ogni uomo è soggetto ad una forza interiore che Buddha chiama “sete” (tanha in lingua Pali), ad un desiderio che induce a cercare soddisfazione nelle realtà mondane: è sete di godimento, di ricchezza, di eternità, di legami con altre persone. Queste cose tuttavia, soggette alla legge del divenire, sono precarie, non durano, e non possono quindi spegnere l’impulso che spinge a ricercarle. Ciò è dimostrato dal fatto che coloro che si fanno condizionare dal desiderio non sono mai soddisfatti della loro esistenza e si rivolgono continuamente a qualcosa di diverso.
E’ la “sete” a provocare il fenomeno delle rinascite: la vita non si esaurisce con la morte fisica, ma si prolunga in esistenze successive, attraverso rinascite in nuovi esseri dotati di caratteri che dipendono dalle scelte effettuate nelle vite precedenti. La Legge eterna del Karman, o della Retribuzione, stabilisce infatti che gli individui ricevano nell’esistenza futura, per ogni loro atto positivo o negativo, un compenso o un castigo; così chi agisce bene sarà un essere migliore, un uomo di grande qualità, saggio e longevo, mentre chi agisce male patirà difficoltà e sofferenze, o addirittura rinascerà in un animale. L’essere capace di comportarsi bene, affrancandosi gradualmente dal dominio delle cose materiali, migliorerà di vita in vita la sua condizione, sino ad ottenere la fine del ciclo delle rinascite (detto samsara) e l’ingresso nel nirvana .
3. La liberazione dalla sofferenza: l’eliminazione del desiderio
Per vincere la sofferenza è necessario sottrarsi al desiderio che ci mantiene legati alle cose. Solo così è possibile spezzare la catena delle rinascite che tiene avvinto l’uomo all’esistenza terrena. Quando il processo di affrancamento dal desiderio è completo, si raggiunge la beatitudine suprema, costituita dal nirvana: è la meta finale, lo stato di totale liberazione dai condizionamenti, che pone fine alle rinascite e conduce alla felicità.
Il concetto non è di facile definizione, anche perché nei testi buddhisti viene prevalentemente descritto attraverso connotazioni negative: assenza di sensazione, dolore, malattia e morte, cessazione del desiderio e della sofferenza, fine del ciclo delle rinascite (già il senso etimologico di nirvana è indicativo: estinguere una fiamma con un soffio). Non si tratta però di una distruzione totale, perché in questo caso il risultato sarebbe semplicemente il nulla. Bisogna piuttosto pensare all’eliminazione di tutti i condizionamenti ai quali vanno soggetti gli esseri nella loro dimensione individuale, i quali si aprono così ad un’esistenza illimitata. Dal superamento dei legami con questo mondo, dunque, deriveranno una tranquillità assoluta e definitiva e un’indescrivibile beatitudine.
4. La via che conduce al nirvana: l’Ottuplice Sentiero
I pur gravi condizionamenti provocati dal karman non compromettono la libertà degli esseri: chiunque, volendolo, può giungere al nirvana. A tal riguardo Buddha propone ai discepoli di seguire l’Ottuplice Sentiero, che consiste nel rispetto dei seguenti precetti:
1) Retta Fede: credere nelle Quattro Nobili Verità.
2) Retta Intenzione: voler seguire la via del distacco per raggiungere il nirvana.
3) Retta Parola: dire sempre la verità e non danneggiare gli altri con le parole.
4) Retta Azione: evitare i peccati e non danneggiare gli altri con le proprie azioni.
5) Retto Sistema di vita: esercitare soltanto mestieri ed attività compatibili con una esistenza onesta.
6) Retto Sforzo: impegnarsi seriamente per superare ogni ostacolo sulla via delle Quattro Verità.
7) Retta Attenzione: affrontare nel modo giusto ogni situazione mantenendo un pieno dominio di se stessi.
8) Retta Concentrazione: esercitare un controllo sempre più efficace della propria mente attraverso la meditazione, e giungere così alla conoscenza della verità.
Chi percorre fino in fondo l’Ottuplice Sentiero raggiunge lo stato di arhat (santo), che garantisce la fine delle rinascite e l’ingresso nel nirvana.
4. La comunità’ (SANGHA)
Non è possibile parlare del Buddhismo senza trattare della comunità, che insieme a Buddha ed al Dharma costituisce la Triplice Gemma, cioè il nucleo degli elementi che lo caratterizzano in modo essenziale. Secondo una tradizione che appare nel complesso degna di fede, sarebbe stato lo stesso Buddha a fondare le prime comunità, basate sull’ideale di un pieno egualitarismo. A differenza di quanto accade nell’Induismo, non sono ammesse limitazioni legate alle caste e, almeno in linea di principio, l’ingresso nel Sangha è aperto a tutti.
Sin dai tempi antichi costituiscono la comunità buddhista due grandi componenti: i laici ed i monaci (o bonzi).
– I laici
Sono tenuti a rispettare le Cinque Regole fondamentali della morale:
1) Non uccidere: tutela non solo l’uomo, ma tendenzialmente tutti gli esseri viventi.
2) Non rubare: esprime non soltanto l’obbligo di astenersi dal furto, ma anche la necessità di evitare un eccessivo attaccamento alle cose in nome di una generosità che deve estendersi a tutti.
3) Non avere relazioni sessuali illecite: evitare rapporti sessuali al di fuori del matrimonio.
4) Non mentire: oltre al divieto di affermare il falso, prescrive anche che ci si astenga da qualsiasi uso malvagio ed offensivo della parola.
5) Astenersi da alcool e stupefacenti: bisogna evitare qualsiasi sostanza che diminuisca il controllo di se stessi.
Ai fedeli laici è inoltre richiesto di utilizzare i propri beni per fornire aiuto materiale ai monaci ed agli ammalati.
– I monaci
Sono coloro che abbandonano la vita mondana per aderire più profondamente alla dottrina di Buddha.
Superato un periodo di noviziato che li prepara alla vita religiosa, entrano a far parte a tutti gli effetti dell’ordine. Non esiste una struttura gerarchica, in quanto l’unico criterio che stabilisce una distinzione tra i membri è quello dell’anzianità di ingresso nello stato monastico. Le comunità femminili, la cui fondazione risale allo stesso Buddha, non hanno lo stesso rilievo di quelle maschili e sono ad esse subordinate.
I monaci sono tenuti ad una disciplina ferrea, codificata in norme che tutti devono rispettare puntualmente. Lo scopo del codice comunitario è quello di favorire il distacco completo dalle cose e dal proprio io, condizione indispensabile per accedere al nirvana.
Dieci sono le regole basilari. A quelle previste per i laici se ne aggiungono altre cinque specifiche per i monaci:
1. Nutrirsi solo nel periodo stabilito: fino a mezzogiorno.
2. Astenersi da balli, canti e spettacoli.
3. Rinunciare a cosmetici e ornamenti.
4. Rinunciare a seggi e letti alti e lussuosi.
5. Rifiutare denaro e preziosi.
Più in generale, si può dire che i valori fondamentali ai quali i bonzi devono ispirarsi siano i seguenti:
1. Povertà: le proprietà personali devono essere limitate a semplicissimi oggetti di uso quotidiano, quali le vesti indossate, un ago, la ciotola per il cibo; il solo mezzo ordinario di sostentamento è l’elemosina dei fedeli, alla quale il monaco deve affidarsi per l’unico pasto giornaliero.
2. Celibato: perché rapporti sessuali, matrimonio e paternità creano vincoli che rafforzano i legami con il mondo.
3. Mortificazione: consiste nel combattere i desideri corporali; si esprime soprattutto nel digiuno.
4. Non-violenza: tale principio, già presente tra le Cinque Regole fondamentali dei laici, viene portato alle estreme conseguenze (ad esempio, i monaci filtrano l’acqua prima di berla, per evitare di inghiottire inavvertitamente eventuali insetti); da ciò deriva l’atteggiamento tollerante dei buddhisti nei confronti delle altre religioni.
5. Aiuto reciproco: è in un certo senso la versione in positivo del principio precedente; invita a mantenere un atteggiamento di benevolenza ed amore nei confronti di ogni creatura.
Quanto all’aspetto liturgico, le cerimonie del Buddhismo delle origini sono poche:
Il giorno di digiuno ogni primo giorno della settimana lunare, accompagnato a settimane alterne dalla confessione pubblica dei peccati.
La segnalazione pubblica dei peccati dei monaci da parte dei loro confratelli, una volta all’anno, prima del periodo delle peregrinazioni.
L’anniversario di nascita, illuminazione e ingresso nel nirvana di Buddha, alla luna piena che cade tra aprile e maggio.
Più dei riti comunitari caratterizza fortemente la religiosità buddhista l’esperienza della meditazione. Essa consiste in una concentrazione assoluta della mente, che si ottiene gradualmente seguendo l’Ottuplice Sentiero ed acquisendo una particolare tecnica. Attraverso la meditazione i fedeli possono giungere alla conoscenza della verità ed alla definitiva liberazione dai condizionamenti del mondo, e cioè al nirvana.
5. Gli sviluppi storici
Come molte religioni, anche il Buddhismo ha conosciuto nel corso della sua lunga storia crisi e divisioni, che hanno dato origine a svariate sette e correnti. Noi ci limitiamo a ricordarne due tra le più storicamente rilevanti.
1. Hinayana o Theravada
E’ la scuola più antica, che ritiene di ispirarsi direttamente all’insegnamento originale di Buddha. Il nome Hinayana, che significa letteralmente “Piccolo Veicolo”, le venne attribuito in senso dispregiativo dagli esponenti dell’indirizzo Mahayana; attualmente si preferisce definire questa tradizione con il termine Theravada (“Dottrina degli Anziani”), che indicava inizialmente una corrente formatasi nel IV secolo a.C., l’unica delle antiche scuole ad essere sopravvissuta sino ad oggi. E’ presente soprattutto nello Sri Lanka e nel Sud-Est asiatico.
Il Buddhismo Theravada ammette come testi normativi soltanto quelli più antichi, contenuti nel Canone in lingua Pali definito nel Concilio di Rajagrha (477 a.C circa) poco dopo la morte di Buddha, e completato nel II Concilio di Pataliputra (244 o 243 a.C.) durante il regno di Asoka Maurya (274-236 a.C). Il Canone è detto Tripitaka (“Tre Canestri”), in quanto si compone di:
Canestro della disciplina monastica (Vinaya–Pitaka): comprende tra l’altro le 227 regole cui devono uniformarsi i monaci.
Canestro dei sermoni (Sutra-Pitaka): pronunciati da Buddha e dai suoi primi seguaci sulla dottrina.
Canestro della legge (Abhidharma-Pitaka): riprende i concetti espressi nel Canestro dei sermoni esponendoli in maniera più organica
Al centro della dottrina theravada è la figura dell’arhat (santo), colui che, compiuto l’itinerario di salvezza indicato da Buddha, dopo la morte non rinascerà più ed entrerà nel nirvana. Il raggiungimento di tale traguardo richiede impegno personale e costante applicazione nella meditazione. La condizione ideale è quella del monaco.
2. Mahayana
Mahayana significa “Grande Veicolo”, in quanto i seguaci di questa corrente ritengono l’interpretazione dell’insegnamento di Buddha che essa propone migliore di quella hinayana. Sviluppatosi come movimento organico all’inizio dell’era cristiana su basi concettuali risalenti ad un’epoca precedente (forse già al Concilio di Vaisali del 377 a.C. circa), il Buddhismo Mahayana si è diffuso ampiamente nell’Asia Centro-Occidentale, in particolare in Cina, Korea e Giappone.
Pur considerando il Canone Pali riconosciuto dal Theravada come la base della dottrina buddhista, il Mahayana non lo ritiene la fonte esclusiva, ma annette importanza anche ad altri testi. Ciò gli conferisce in generale un carattere meno tradizionalista e più aperto al confronto con la modernità.
La figura ideale di riferimento è quella del bodhisattva (“colui la cui essenza è la saggezza”), che si differenzia dall’arhat per un aspetto di grande rilievo: mentre il santo theravada, che ha meritato la liberazione dalle rinascite con la propria condotta, entra nel nirvana dopo la morte, il bodhisattva rinuncia temporaneamente al nirvana, al quale pure avrebbe diritto, per continuare ad offrire alle altre creature il proprio aiuto in vista della salvezza. Si può quindi affermare che, mentre la virtù cardinale dell’arhat è la saggezza, quella del bodhisattva sia la compassione (karuna), la capacità di farsi carico delle sofferenze altrui. I seguaci del Mahayana ritengono che tale modello di comportamento sia più fedele all’insegnamento di Buddha, il quale, una volta scoperta la via della salvezza, non la percorse subito ma decise altruisticamente di comunicarla agli altri.
Nei confronti dell’Hinayana, inoltre, il Buddhismo Mahayana è più indulgente sul piano disciplinare, rivaluta il ruolo dei laici e delle donne e ammette quali pratiche religiose centrali, oltre alla meditazione, anche i riti e le preghiere di invocazione ai bodhisattva. Emerge anche una notevole evoluzione nell’interpretazione della figura di Buddha: non più soltanto un uomo che ha raggiunto autonomamente la verità e la salvezza, ma una manifestazione dell’Assoluto; si verifica quindi la divinizzazione di Buddha, che diventa oggetto del culto popolare. La distanza dall’”ateismo” hinayana è evidente.
6. BUDDHISMO E CRISTIANESIMO
Ogni confronto tra Buddhismo e Cristianesimo deve tener presente che le due religioni sono espressioni di tradizioni culturali molto diverse tra loro, si potrebbe dire di universi separati, e quindi riconoscere che il rischio di incomprensioni – non foss’altro che per i problemi legati all’interpretazione dei termini utilizzati – è elevato. Tuttavia, enunciata per sommi capi la dottrina buddhista, non ci sottraiamo ad un sia pur elementare tentativo di metterla in parallelo con quella cristiana, che consenta di definire le principali somiglianze e differenze.
Come il Cristianesimo, il Buddhismo sostiene che la vita dell’uomo non si può ridurre all’aspetto puramente materiale, ma propone ai credenti un cammino di crescita e di perfezionamento spirituale. Ciò determina da parte di entrambe le religioni l’esaltazione di valori quali l’amore vicendevole, la benevolenza universale, la rinuncia al piacere immediato in vista di una meta più elevata. Così si esprime la Dichiarazione Nostra Aetate, il documento del Concilio Vaticano II che tratta delle relazioni tra la Chiesa e le religioni non-cristiane: «Nel Buddhismo […] viene riconosciuta la radicale insufficienza di questo mondo mutevole e si insegna una via per la quale gli uomini, con cuore devoto e confidente, siano capaci di acquistare lo stato di liberazione perfetto, o di pervenire allo stato di illuminazione suprema» (n.2).
Molto profonde sono d’altro canto le differenze.
Fondamentale è quella legata alla diversa concezione della divinità: l’idea di un Dio personale e trascendente, artefice della salvezza dell’uomo in forza della propria infinità bontà, tipica del Cristianesimo e delle grandi religioni monoteistiche, è assente dalla dottrina buddhista, che come abbiamo visto, nella versione hinayana, propone un itinerario di salvezza essenzialmente umano, privo di un rapporto diretto con un essere supremo.
Dal punto di vista metafisico, inoltre, la dottrina dell’impermanenza dell’io è inconciliabile con l’idea di persona propria della visione cristiana e occidentale .
Le altre differenze sono in sostanza conseguenze di queste. Ci limitiamo a ricordarne alcune, che la trattazione precedente ha già fatto emergere:
L’assenza nel Buddhismo di una rivelazione divina.
La Legge del Karman e la teoria delle rinascite.
La svalutazione da parte del Buddhismo del mondo materiale, che invece nella concezione cristiana è essenzialmente buono perché creato da Dio e coinvolto nella redenzione operata da Gesù.
La parola “soteriologia” deriva dai termini greci sotèria = salvezza e logìa = discorso, e significa “dottrina che riguarda la salvezza”. Il Buddhismo è in effetti una via per liberarsi dal dolore e raggiungere la salvezza.
Fanno parte dei Veda; sono i testi sacri indù che dedicano maggiore attenzione all’interiorità.
Cioè “il Risvegliato”, colui che ha ricevuto l’illuminazione.
Occorre precisare che nella visione buddhista non trova spazio il concetto di “io” inteso come realtà personale autosussistente, come soggetto unitario e stabile, in quanto ogni essere sarebbe l’unione temporanea di fattori fisici e psichici, raggruppati nei cinque skhandha (aggregati): materia, sensazioni, percezioni e idee, attività psichica (ragionamento, fede, volontà), coscienza. Ciò che a noi appare come un individuo, quindi, è soltanto una mutevole combinazione di elementi diversi, destinata a disgregarsi al momento della morte. In questo modo si giunge a negare l’esistenza di un principio vitale e spirituale che sopravviva al corpo, quello che nel linguaggio filosofico occidentale è detto “anima” (anche nella tradizione induista trova spazio l’idea dell’anima individuale, il cosiddetto atman personale; il rifiuto di tale concetto da parte di Buddha viene pertanto definito anatman, cioè assenza di anima).
La dottrina dell’impermanenza dell’io è uno snodo problematico della dottrina buddhista. Innanzitutto contrasta con la percezione di se stessi in quanto esseri reali e individuali, che a molti appare ovvia. In secondo luogo sembra introdurre una contraddizione con un altro pilastro buddhista: come è possibile sostenere la Legge del Karman, se non si ammette una sostanza personale permanente che rappresenti l’elemento di continuità tra una vita e l’altra? In che modo le colpe e i meriti accumulati potrebbero influenzare un’esistenza successiva, se nulla resta dell’essere che l’ha vissuta?
La risposta a tali obiezioni va cercata nella causalità insita nella Legge del Karman e nell’immediatezza del passaggio da un’esistenza ad un’altra: con la morte, gli aggregati che compongono un essere si dissolvono, ma subito, per effetto del karman (costituito dalle azioni delle vite precedenti), si formano altri skhandha che producono un nuovo soggetto. L’individuo così generato non è del tutto identico al precedente, ma, ereditandone in qualche modo i caratteri, non è neppure assolutamente differente. Tra gli esempi che la tradizione buddhista propone per illustrare il fenomeno, citiamo quello della lampada accesa durante la notte: la fiamma che essa origina alla fine della notte è diversa da quella che ardeva all’inizio o a metà, ma la lampada è la stessa.
A conferma delle difficoltà logiche connesse ad una simile visione, possiamo ricordare che a partire dalla prima metà del III secolo a.C. la setta dei Vatsiputriya elaborò il principio di “persona” (pugdala), come soggetto permanente che sopravvive alla morte e, portando con sé le conseguenze delle azioni precedenti, passa a successive esistenze. Si trattava, in sostanza, di un recupero del concetto induista dell’atman individuale, che semplificava la comprensione della Legge del Karman, ma venne considerato al pari di un’eresia da gran parte delle altre correnti buddhiste.
D’altro canto, se si parte dal presupposto che l’io non esista, il nirvana non può comportare l’estinzione del soggetto individuale, ma piuttosto dell’illusione della sua esistenza. Cfr. nota precedente sulla dottrina dell’impermanenza dell’io.
Il termine “trascendenza” indica la totale differenza, la sostanziale alterità di Dio nei confronti del mondo e delle creature, che viene affermata, seppure in modi parzialmente diversi, dalle tre religioni di ceppo abramitico (Ebraismo, Cristianesimo ed Islamismo).
