Capodanno di qualche anno fa.
È stato deciso all’ultimo minuto. Ero con lo stesso amico con cui sono andato a Barcellona; abbiamo trovato in agenzia un viaggio organizzato di 3 giorni.
Esasperante la scomodità di 12 ore di pullman, ma ne valeva la pena.
è definita la città della stella e in effetti si vedono stelle su molti edifici.
è una città magica. Lo si sente in ogni suo angolo. Nell’aria, se guardi attentamente, puoi scorgere le leggende che l’attorniano, creando una luce particolare che solo lì si può ammirare.
Se poi porgi loro l’orecchio, ti può anche capitare di sentirne raccontare alcune…
Eccone una:
Alcuni secoli or sono, Praga rimase senza governo. Il Re era morto in battaglia e non c’erano eredi.
I notabili di corte consultarono una indovina che disse loro di mettersi in viaggio. Sarebbe stato un lungo viaggio, ma un giorno si sarebbero fermati in un posto e un uomo, a mezzogiorno, gli avrebbe offerto un misero pranzo su un tavolo di ferro e quello sarebbe stato il segno che avevano trovato il loro nuovo Re. Così due di loro si misero in cammino e molti furono i luoghi dove si fermarono, ma sempre su normali tavoli di legno poterono consumare i loro pasti, finché un giorno giunsero in un campo che un contadino stava arando. Quando li vide, si fermò con il lavoro e cominciò a parlare con quegli sconosciuti. Poi, accortosi che era mezzogiorno, sollevò l’aratro e lo piantò nel terreno lateralmente , aprì un fagotto e, distribuito il cibo che aveva in parti uguali, lo appoggiò su questo tavolo improvvisato, invitando gli stranieri a mangiare con lui.
Fu un Re molto amato da tutti.
Il ponte più famoso della città si chiama Ponte Carlo. Tralascio le leggende che contornano la sua costruzione o la sua impermeabilità ai bombardamenti e alle alluvioni ( è l’unico ponte di Praga che non è mai crollato). La fortuna (o sfortuna, dipende dai casi) che porta una delle sue statue sacre. Mi soffermo solo sul fattore temporale.
La prima pietra è stata posata nel 1357, e precisamente il 9 luglio alle ore 5 e 31 del mattino.
Io non ho memoria per le date, ma questa non riesco a dimenticarla; sapete dirmi il perché?
Non è difficile, ma a molti lo debbo spiegare.
La sera dell’ultimo dell’anno, i pochi che non avevano prenotato da qualche parte, guida compresa, non sapendo cosa fare, hanno optato per un ristorante cinese, l’unico che aveva posto non essendo loro tradizione.
Al termine della cena era avanzato abbastanza cibo. Ci siamo fatti dare dei contenitori da asporto e siamo usciti.
Li abbiamo regalati, ancora caldi, al primo senzatetto che abbiamo trovato sulla strada, augurandogli un felice anno nuovo.
Non dimenticherò mai il suo sguardo di stupore e gratitudine al contempo.
Vorrei tornare da quelle parti in primavera, prima o poi.
Non l’ho ancora fatto perché non è una città da vivere in solitudine. Il problema è trovare la persona che possa apprezzare l’atmosfera esistente in tutto il suo splendore.
È la città di Kafka.
Quando lo vidi per la prima volta, Franz aveva una decina d’anni meno di me.
Fu a Parigi. Lui era in vacanza di studio. Max non c’era quella volta, anche se la sua assenza non si fece sentire granché, poiché ne parlava continuamente. Penso che lo amasse molto. Ovviamente non parlava solo di Max; esistevano anche altre cose che lo stimolavano in quel periodo: il giovane fisico tedesco che stava mettendo a soqquadro il mondo scientifico con le sue strane teorie sull’elettrodinamica dei corpi in movimento, la rivoluzione filosofica socialista stava ponendo solide basi che sarebbero presto sfociate in un enorme mutamento esistenziale; era un periodo di immensa euforia. Non era possibile non restare contagiati dalle urla del secolo nascente.
Quando lo vidi per la seconda volta, era coricato sopra a un letto bianco, aveva una decina d’anni più di me e stava morendo.
