La cronaca nera, a volte, non è solo il resoconto di una tragedia improvvisa. A volte è la certificazione di un omicidio di Stato, un’esecuzione annunciata che si sarebbe potuta e dovuta evitare, se solo a decidere della vita di un bambino non fossero state l’ideologia gender, il politicamente corretto e un femminismo tossico elevato a dictat giudiziario.

Il 12 novembre 2025, a Muggia, in provincia di Trieste, Giovanni Trame, 9 anni, è stato sgozzato con un coltello da cucina dalla madre, Olena. Non durante una lite improvvisa, ma nel corso di uno di quegli “incontri non protetti” che il sistema, con lucida follia, aveva concesso a una donna che aveva già minacciato di ucciderlo e che aveva già tentato di strangolarlo. Questa non è una fatalità: è il prodotto marcio di un apparato che disponeva di tutte le informazioni per prevenire la carneficina, ma ha scelto scientemente di voltarsi dall’altra parte. Ve lo dimostro, con i fatti.

La cronaca di una morte preannunciata

La sequenza degli eventi è un bollettino di guerra contro l’infanzia, firmato da giudici e psicologhe.

  • 2017: I genitori si separano. La madre inizia un percorso in un centro di salute mentale.
  • 11 luglio 2018: Davanti agli assistenti sociali, la donna pronuncia una frase agghiacciante, messa a verbale: “O Giovanni rimane con me oppure sono disposta a uccidere il bimbo, a uccidere anche me buttandomi in mare e a uccidere anche Paolo, il padre”. Non un’illazione, un documento ufficiale. Il bambino viene giustamente affidato al padre.
  • 2021: Nonostante la minaccia di omicidio-suicidio, il Tribunale concede alla madre tre incontri settimanali protetti. È l’inizio della discesa verso l’abisso.
  • 2023: Durante una visita, la madre prende Giovanni per il collo e lo strangola. Il bambino finisce in ospedale con tre giorni di prognosi. Ai carabinieri dichiara: “Mi ha preso per il collo con entrambe le mani e faceva il gesto dello strangolamento.” Il padre presenta denuncia per maltrattamenti. Archiviata. Il Pubblico Ministero la derubrica a mera “disputa tra coniugi legata alla causa civile di affidamento”. I segni fisici sul collo di un bambino di 8 anni non sono ritenuti sufficienti per fermare la carnefice.
  • 2024-2025: La psicologa ufficiale del Tribunale dei Minori, Erica Jakovic, valuta positivamente la possibilità di concedere incontri non protetti. La giudice civile Filomena Piccirillo autorizza. Il padre implora, si oppone, viene ignorato.
  • 12 novembre 2025: Ultimo incontro non protetto. La madre sgozza il figlio. I Vigili del Fuoco, entrando con l’autoscala, trovano una scena agghiacciante. L’udienza finale, fissata per il febbraio 2026, non arriverà mai.

Non è un caso isolato: è un problema strutturale

Qualcuno borbotterà che si tratta di un’eccezione, una tragedia irripetibile. È una menzogna. I dati Istat 2024, pubblicati nel 2025, dipingono uno scenario inequivocabile: quando un minore viene ucciso, l’assassino è quasi sempre la madre. Nel 2024, su 13 omicidi di bambini sotto i 14 anni, 10 sono stati commessi dalla madre. Negli infanticidi (vittime sotto l’anno di età), il 100% porta la firma materna. Pensate a Chiara Petrolini, che ne ha uccisi due. Eppure, non esiste una narrazione emergenziale. Nessuno sventola bandiere, nessun hashtag, nessuna indignazione collettiva come quella che monta per i cosiddetti “femminicidi”. Il motivo è semplice: le vittime innocenti dei maschi generano copertine, le vittime innocenti delle madri sono scomode, perché scardinano il dogma della donna come vittima perenne e dell’uomo come mostro.

Lo stesso pregiudizio infetta l’affidamento dei figli. Sulla carta, dal 2006 vige l’affido condiviso, applicato nel 90% delle separazioni. Ma la realtà è un apartheid genitoriale mascherato: in quel “condiviso”, si individua sempre un genitore primario che gode del figlio per l’83% del tempo, mentre il secondario si accontenta delle briciole, il 17%. E quel genitore secondario, ridotto a un bancomat con diritto di visita risicato, è il padre nel 92% dei casi. L’affido esclusivo al padre? Meno del 2%, cifra che precipita sotto l’1% dopo la separazione. L’affido condiviso veramente equo, con tempi paritari al 50%, riguarda un misero 2,6% delle famiglie italiane: siamo tra i peggiori in Europa.

La radice del male: credere a tutte le donne

Perché un sistema che aveva in mano referti medici, minacce di morte verbalizzate e tentativi di strangolamento ha scelto di riconsegnare Giovanni al suo boia? Perché il pensiero femminile è diventato il dictat dominante. La propaganda che dipinge gli uomini come mostri tossici è penetrata nei tribunali, imponendo il dogma del “believe all women”. Quando un padre segnala un pericolo, la sua voce non viene ascoltata: viene decodificata come una mossa strategica in una disputa legale, come l’ennesimo tentativo maschile di sopraffazione. La verità, solo perché esce dalla bocca di un uomo, viene ignorata, distorta e infine usata per seppellirlo. Il padre di Giovanni ha gridato al lupo, ma il sistema ha risposto che era solo una lite coniugale.

Si noti un dettaglio agghiacciante: le figure chiave di questo scempio giudiziario sono quasi tutte donne. La psicologa Jakovic ha spinto per gli incontri non protetti. La giudice Piccirillo li ha autorizzati. La madre è l’esecutrice materiale. Non è un processo alle intenzioni, è la fotografia di un sistema in cui l’appartenenza al genere femminile funge da scudo e patente di infallibilità, mentre l’essere uomo è di per sé un’aggravante.

Uscire dalla gabbia del politicamente corretto

Come si cambia un sistema marcio che produce piccoli Giovanni a ripetizione? Non da soli. Un sistema non si riforma implorando o chiedendo permesso. Si cambia quando la maggioranza degli uomini smette di assecondarlo, quando rompe il ricatto del quieto vivere. Troppi uomini, per paura di perdere il lavoro, di essere emarginati, di essere bollati come “maschilisti”, scelgono di chinare il capo e tollerare umiliazioni quotidiane. Tollerano mancanze di rispetto, rinunciano alle loro ambizioni, accettano di essere calpestati pur di non scatenare il conflitto. Così facendo, non rovinano solo la propria vita: inquinano l’ecosistema per tutti. Insegnano alle loro donne che la dignità maschile è un tappeto su cui camminare senza conseguenze. E quella lezione, quella pretesa di impunità, la donna la applicherà poi al prossimo uomo, e al sistema intero.

E sapete da dove nasce questa resa incondizionata? Dalla scarsità. L’unica vera ragione che impedisce a un uomo di andarsene da una donna che lo maltratta o non lo rispetta è la paura di non poterla sostituire. È la paura di restare soli, di non trovare un’altra compagna, che trasforma uomini adulti in ostaggi emotivi. Finché questa paura non verrà affrontata e superata, continueremo a regalare il nostro potere a un’ideologia che ci vuole zitti, colpevoli e, all’occorrenza, privi dei nostri figli.

La storia di Giovanni è il caso estremo, ma è il prodotto di piccole rese quotidiane. Ogni volta che un uomo tace per paura, un altro giudice si sentirà autorizzato a ignorare un padre disperato. E un altro bambino morirà.


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