Il vittimismo è un atteggiamento psicologico e comportamentale in cui una persona tende a identificarsi costantemente come vittima delle circostanze, del destino o delle azioni altrui.
È importante distinguere subito l’essere vittima dall’atteggiamento vittimista:
- Essere vittima è subire un torto o un danno reale (un incidente, una malattia, un crimine). È una situazione di fatto.
- Il vittimismo è una modalità di interpretare la realtà, indipendentemente dalla gravità dei fatti. È una “posizione mentale” che la persona assume abitualmente.
Ecco un’analisi dettagliata di cosa è e come si manifesta.
1. Cosa è il Vittimismo (Psicologicamente)
In psicologia, il vittimismo è spesso legato a un “locus di controllo esterno”. Questo significa che l’individuo crede che gli avvenimenti della sua vita siano controllati da forze esterne (fortuna, caso, altri people) e che lui non abbia alcun potere di influenzarli.
Chi adotta questo atteggiamento spesso lo fa per motivi inconsci, tra cui:
- Evitare la responsabilità: Se “tutto accade agli altri”, non c’è bisogno di ammettere i propri errori o di cambiare comportamento.
- Cercare attenzione e conferme: La posizione di vittima attengua empatia, cura e supporto dagli altri.
- Giustificare i fallimenti: È una difesa per proteggere l’autostima; se non ho successo, non è perché non sono capace, ma perché il mondo è contro di me.
2. Come si manifesta il Vittimismo
Il vittimismo non è sempre facile da riconoscere, ma ci sono segnali comportamentali e verbali molto chiari.
A. Spostamento della colpa (Esternalizzazione)
Questa è la manifestazione più comune. Non importa cosa succeda, non è mai colpa loro.
- Frasi tipiche: “Non è colpa mia, è il traffico.”, “Se ho fallito è perché il capo ce l’ha con me.”, “Avresti potuto dirmelo prima invece di urlarmi contro.”
- Risultato: Non imparano mai dagli errori perché non se ne assumono la paternità.
B. La lamentela cronica
La persona vittimista vive in uno stato di insoddisfazione permanente. Tuttavia, contrariamente a chi cerca soluzioni, il vittimista rifiuta i consigli.
- Se offri una soluzione (“Perché non fai così?”), la risposta è quasi sempre un “Sì, ma…” che invalida il suggerimento.
- Questo accade perché l’obiettivo non è risolvere il problema, ma parlare del problema per ricevere commiserazione.
C. Il “Perché proprio a me?”
C’è una percezione di essere perseguitati dal destino o dalla sfortuna. Si concentrano sugli aspetti negativi ignorando i positivi, e vedono i piccoli inconvenienti come tragedie enormi.
D. Il senso di impotenza (Learned Helplessness)
Si convincono di non poter cambiare le cose. Anche se hanno gli strumenti per uscire da una situazione difficile, non ci provano nemmeno perché sono convinti che “sia inutile”. Passano dalla parte del rassegnato, aspettando che qualcun altro (salvatore) risolva la situazione.
E. Manipolazione emotiva e Ricatto morale
Il vittimista spesso usa il proprio “dolore” per controllare gli altri. Se qualcuno non fa ciò che vogliono, si sentono traditi o feriti.
- Esempio: “Dopo tutto quello che ho fatto per te e tu mi rispondi così?”.
- Rendono molto difficile per gli altri confrontarsi con loro o criticarli, perché ogni critica viene percepita come un “attacco” ingiusto a una povera persona indifesa.
F. Cinismo e pessimismo
Tendono a vedere il bicchiere mezzo vuoto e a sminuire le gioie o i successi altrui (“È stato fortunato”, “Lì è tutto facile per lui”).
3. La trianga drammatica del Karpman
Per capire bene la dinamica del vittimismo, è utile citare il modello psicologico della Triangola di Karpman. In questo gioco psicologico, i ruoli ruotano:
- La Vittima: Si sente sfortunata, oppressa, impotente (“Povero me”).
- Il Persecutore: Colui che (nella mente della vittima) fa del male o critica (può essere una persona reale o una situazione astratta).
- Il Salvatore: Colui che accorre in aiuto della vittima per consolarla o risolvere i problemi.
Il vittimista cerca disperatamente un “Salvatore”, ma paradossalmente, spesso finisce per allontanare chi vuole aiutarlo, perché per mantenere la sua identità di “vittima”, ha bisogno che il problema persista. Se il problema si risolve, non può più essere la vittima.
Conclusione
Il vittimismo è una trappola mentale dolorosa sia per chi lo vive (che si sente perennemente infelice e privo di potere) sia per chi gli sta accanto (che si esaurisce nel tentativo di aiutare qualcuno che non vuole essere aiutato). Uscire da questa dinamica richiede solitamente un lavoro su se stessi per riconquistare la responsabilità (intesa come “abilità di rispondere”) agli eventi della propria vita.
