Di seguito un articolo basato sull’incontro con Raffaella, giornalista e autrice di “Presidenta anche no. Resistere al fascino del neofemminismo”
C’è un momento preciso in cui ti accorgi che qualcosa non torna. Non è un lampo improvviso, piuttosto una lenta sedimentazione: le parole che senti pronunciare non corrispondono più alla realtà che vedi. Te ne accorgi quando ti dicono che vivi in una società patriarcale e intanto il presidente del Consiglio è una donna, la leader dell’opposizione è una donna, la presidente della Commissione Europea è una donna, la presidente del Parlamento Europeo è una donna, la numero uno della Banca Centrale Europea è una donna, la vicepresidente degli Stati Uniti è una donna. Te ne accorgi quando ti parlano di discriminazione strutturale e scopri che il 55% dei laureati sono donne. Te ne accorgi quando ti raccontano che le donne sono oppresse e ti trovi davanti a una ragazza nata nel 1987, cresciuta a Cremona, diventata imprenditrice digitale tra le più ricche d’Italia, che sale sul palco di Sanremo per dire alle donne di “pensarsi libere”. Libere da cosa, viene da chiedersi. Da chi?
È questa la domanda che attraversa tutto il libro di Raffaella, Presidenta anche no. Resistere al fascino del neofemminismo, presentato qualche giorno fa nella biblioteca comunale di Pistoia. Un incontro che il movimento transfemminista “Non una di meno” ha ritenuto intollerabile, arrivando a chiedere pubblicamente come una biblioteca comunale – “simbolo di cultura e inclusività” – potesse dare spazio a contenuti che “gridano superficialità e ignoranza”. La citazione è tratta dall’articolo apparso sul Corriere di Pistoia, e la domanda sorge spontanea: quali frasi di questo libro hanno suscitato tanta indignazione? Forse quella in cui si osserva che la famiglia non è più solo famiglia, non è più allargata, ora è queer? O forse quella in cui si fa notare che il sesso non si chiama più sesso bensì genere, e i generi – quanti sono? – nessuno, centomila, tanto si può sempre cambiare? O forse quella in cui si ricorda che l’utero, oggi come ieri, è mio e lo gestisco io, “però all’occorrenza si può anche affittare”?
Il punto, spiega Raffaella, è che il neofemminismo non è una corrente teorica ben definita, quanto piuttosto “un modo di pensare, un profumo, qualcosa che permea tutti gli aspetti della nostra società”. E come ogni profumo, agisce pervasivamente, senza che ce ne accorgiamo. Si regge su due pilastri: la rivendicazione dei diritti in base a quello che viene chiamato genere – perché la questione dei due sessi è stata superata – e l’autodeterminazione spinta fino alle estreme conseguenze.
La realtà contro la narrazione
Raffaella è giornalista da ventiquattro anni. Non è una storica, non è una sociologa, non è un’esperta di tutte le correnti del femminismo. È una cronista, e come tale ha voluto “fotografare la realtà” alla luce della propria esperienza lavorativa. Quello che ha visto è una distanza siderale tra ciò che accade e ciò che viene raccontato. Da una parte una società che elegge donne ai vertici delle istituzioni, che vede le donne laurearsi in maggioranza, che non pone in discussione – né politicamente né culturalmente – diritti come l’aborto o il divorzio. Dall’altra un discorso pubblico che continua a parlare di oppressione, di patriarcato, di violenza strutturale.
Il femminismo, osserva Raffaella, non è una parola che rimanda soltanto agli anni Sessanta o Settanta. C’è un filo rosso che arriva fino a noi. Si parte nel 1789 con la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gouges, si passa per Mary Shelley – sì, proprio lei, l’autrice di Frankenstein – e per le suffragette, poi la seconda ondata degli anni Sessanta con le rivendicazioni sessuali e riproduttive, quindi gli anni Ottanta e Novanta negli Stati Uniti, dove si comincia a parlare di gender e di diritti declinati in base al genere. Correnti che, come spesso accade nei fenomeni umani, litigano tra loro. Esiste persino un femminismo gender critical, molto critico sulle questioni di genere e su pratiche come l’utero in affitto. Ma il neofemminismo di cui parla Raffaella non è una corrente: è un’atmosfera, qualcosa che respiri senza accorgertene.
L’inganno delle conquiste
Prendiamo Sanremo. Chiara Ferragni, anno 2023, si presenta con una serie di abiti manifesto. Il primo recita “Pensati libera”. Gli abiti vengono spiegati in diretta sul suo profilo Instagram, studiati con due stilisti – uno della Maison di Dior, l’altra di Schiaparelli – e sviluppano temi femministi: il diritto alla contraccezione, il diritto a mostrare il proprio corpo nudo senza essere giudicata, il diritto alla procreazione assistita, l’indipendenza economica. Raffaella guarda la scena e rimane stranita. Questa ragazza è nata nel 1987. Quando è nata, tutti questi cosiddetti diritti c’erano già. Nessuno – aggiunge – aveva la minima intenzione di metterli in discussione. Eppure Chiara Ferragni sente il bisogno di salire su un palco davanti a milioni di persone per esortare le donne a “pensarsi libere”. Ma perché? Non lo sono?
È questo, secondo Raffaella, il primo inganno del femminismo: tenere accesa una sorta di allarme su questioni che obiettivamente non sono in discussione. L’aborto è il dogma del neofemminismo. “Prima l’utero è mio e lo gestisco io, ma oggi sostanzialmente è la stessa identica cosa”. Se ne parla moltissimo, adesso c’è la faccenda dei cosiddetti provita all’interno dei consultori – cosa peraltro prevista dalla legge 194 – e sembra che questo diritto venga messo in discussione. Ma non c’è nessuna forza politica che vuole mettere in discussione la legge 194. “Purtroppo – aggiunge Raffaella – dato che mancano all’appello sei milioni di cittadini, più quelli che da loro sarebbero nati”. Quello che non viene accettato è semplicemente che qualcuno possa dire qualcosa che non sia una celebrazione dell’aborto stesso. Ecco perché vediamo persone contestare un libro in biblioteca gridando “noi abortiamo lo stesso”. Come se l’aborto fosse un vanto, un’identità, e non piuttosto – come dovrebbe essere – un’estrema ratio, una tragedia da fare soltanto in determinate situazioni.
La solitudine delle donne
Questa conquista, osserva Raffaella, non ha reso le donne più felici. Le ha rese più sole e più arrabbiate. Perché non c’è niente come l’aborto che va a minare l’alleanza uomo-donna e la sacralità generativa della donna stessa. Alla donna è stata data – o si è presa – la facoltà di decidere chi deve vivere e chi deve morire nel proprio grembo. E questo ha narcotizzato le coscienze di tutti. Quando si parla di aborto, tutti pensano alla donna. Pochi pensano al concepito. “Il grande rimosso dal dibattito pubblico”, lo definisce Raffaella. Una delle cosiddette conquiste del femminismo è stata farci dimenticare che quello concepito è una vita umana.
E mentre si acquisisce il diritto di sopprimere una vita nel grembo, la maternità diventa on demand. Deve poter essere quando lo vuole, come lo vuole. Va molto di moda il congelamento degli ovuli. Bianca Balti, due anni fa, dopo aver avuto una figlia da un compagno, decide di fare il congelamento degli ovuli e lo racconta come una pratica “molto femminista”. È costata dei soldi, ma sono ben spesi perché le permettono di vivere la maternità in un contesto slegato da una relazione con un uomo. Non ho bisogno di un uomo per procreare. E adesso vuole regalare il congelamento degli ovuli a sua figlia diciassettenne: quando ne avrai ventuno, te lo regalo. “Quando dice che tramite il congelamento degli ovuli svincola il desiderio di maternità dalla relazione con un uomo, sta dicendo una cosa grossa”, commenta Raffaella. Sta dicendo che uno dei frutti di queste cosiddette conquiste è stato minare l’alleanza uomo-donna e rendere la maternità un servizio di cui usufruire quando si vuole.
L’utero in affitto e il mercimonio dei bambini
E poi c’è l’utero in affitto. Raffaella nel libro racconta come vengono reclutate le ragazze. Gli hub dove si pratica questa attività sono sostanzialmente tre: la California, dove può arrivare a costare 200.000 dollari; l’India, dove si arriva a 20.000; e l’Ucraina, il posto in Europa dove si pratica, con costi intorno ai 40-50.000 euro. Vanno a cercare le donne povere e indigenti, perché l’atto di altruismo – secondo loro – si fa con una donna povera. Le approcciano figure mediche: il ginecologo, il medico di base. Parliamo di donne che magari vivono in Serbia, in Kosovo, dove a venticinque anni una donna è considerata già adulta e se non si è ancora sposata è “usata”. Arriva il medico che le dice: ma tu cosa vuoi fare della tua vita? Non hai neanche un marito. Io ho una possibilità per te. Ti faccio parlare con un mio amico. E così la ragazza viene fatta parlare con questa persona che apre una valigetta con dentro 5.000 euro in contanti. Per loro è una cifra spropositata. La donna accetta: prendo 5.000 euro per fare qualcosa che aiuta degli altri. Perché no?
Vengono portate a Kiev, dove nonostante la guerra questa attività commerciale va avanti indisturbata. Ci sono le pagine Instagram, si possono vedere, ti mandano le promozioni se le chiedi. Arrivano in una specie di villaggio con stanze, sala da pranzo, ambulatori. All’inizio è tutto bello: mangiano bene, sono incantate. Poi piano piano la realtà si svela. Nel momento in cui avviene il concepimento, le viene messo un braccialettino. Non possono più uscire dalla struttura. Iniziano a controllare tutto quello che fanno: quello che mangiano, non possono cantare sotto la doccia, non devono rivolgersi al bambino con vezzeggiativi, non devono accarezzarsi la pancia, sono obbligate a un’ora di psicoterapia al giorno per creare il distacco. Possono chiedere di che sesso è il bambino, ma non glielo dicono. Possono solo sapere se sta bene o no. Per tutto il resto non devono sapere nulla. E più si va avanti, più le donne raccontano di rendersi conto di quello che hanno fatto. Ma ormai non possono più fare altrimenti. Quando partoriscono, il bambino viene portato via praticamente immediatamente. Loro vengono riaccompagnate dove desiderano. E siccome si vergognano, le agenzie organizzano anche la copertura per la famiglia: si inventano una storia, “vado a Lugano per un anno”, mandano cartoline finte scritte da loro. Poi le donne vengono riaccompagnate e da lì vengono dimenticate, con questi 5.000 euro con cui si illudono di poter andare a Berlino o a Parigi, dove ovviamente durano tipo un mese.
“Siamo partiti dalla donna che doveva essere libera – il corpo è mio e lo gestisco io – e ci ritroviamo con la donna praticamente schiava”, commenta Raffaella. “Questo è il frutto contraddittorio dell’autodeterminazione”. E quando si parla di utero in affitto, è sempre bene specificare che è una specie di mercimonio dei bambini, sia quando lo fanno due uomini sia quando lo fanno un uomo e una donna. Perché il concetto è lo stesso. Quando si è in presenza di una coppia formata da due uomini, si dice sempre: “Ma non importa se la mamma non c’è, l’importante è che ci sia l’amore”. Va bene. Ma se l’importante è che ci sia l’amore, e un bambino può stare anche senza la mamma, perché due adulti non possono stare senza un bambino? Lì non basta l’amore? Evidentemente no.
La propaganda e il mercato delle idee
C’è un film del 2006 che Raffaella cita nel libro: Il diavolo veste Prada. C’è una scena in cui Miranda Priestly, la direttrice dispotica della rivista Runway, fa un monologo memorabile alla sua assistente Andy. Le mostra due cinture e le dice che sono diverse. Andy ride. Miranda la fulmina: “Tu pensi che questo non abbia niente a che vedere con te. Tu apri il tuo armadio e scegli quel maglioncino azzurro infeltrito perché vuoi gridare al mondo che ti prendi troppo sul serio per curarti di cosa ti metti. Ma quello che non sai è che quel maglioncino non è semplicemente azzurro, non è turchese, non è lapis, è effettivamente ceruleo. E sei allegramente inconsapevole del fatto che nel 2002 Oscar de la Renta ha realizzato una collezione di gonne cerulee, poi è stato il turno di Yves Saint Laurent a proporre giacche militari color ceruleo, e poi il ceruleo è rapidamente comparso nelle collezioni di otto diversi stilisti. Dopodiché è arrivato a poco a poco nei grandi magazzini e si è infiltrato in qualche tragico angolo casual dove tu l’hai evidentemente pescato nel cesto delle occasioni. Tuttavia quell’azzurro rappresenta milioni di dollari e innumerevoli posti di lavoro. E siamo al limite del comico quando penso che tu sia convinta di aver fatto una scelta fuori dalle proposte della moda, quando in effetti indossi un golfino che è stato selezionato per te dalle persone qui presenti.”
Ecco, il mercato delle idee funziona esattamente come il mercato della moda. Noi crediamo di scegliere liberamente, ma la scelta è già stata fatta per noi. Il recinto è già stato delimitato. All’interno del recinto ognuno sceglie quello che gli pare, ma il recinto c’è.
Raffaella racconta nel libro la storia di Helen Gurley Brown, direttrice storica di Cosmopolitan negli Stati Uniti per trent’anni. Quando prese la rivista, aveva appena scritto un libro che si chiamava Sex and the Single Girl, che aveva venduto milioni di copie. I temi sviluppati: la donna deve lavorare quanto un uomo, essere economicamente indipendente, libera dalla zavorra del figlio – quindi contraccezione e, ove fallisse, aborto – e sessualmente disinibita. Ma la cosa particolare è che aveva ideato uno schema secondo cui chiedeva ai suoi giornalisti di inventare storie che non esistevano, spacciandole per vere, inventare esperti che dicevano cose tipo “il sesso fuori dal matrimonio fa bene al benessere”, “una donna è più realizzata se lavora più ore”, “il matrimonio non è per tutti”. Inventare, inventare, inventare. Noi lo sappiamo perché una delle giornaliste che ha lavorato con lei a un certo punto ha denunciato quello che accadeva dentro quella redazione. “Noi abbiamo contribuito a cambiare i costumi delle donne americane”, ha detto.
E non c’era solo Cosmopolitan. C’erano Beautiful, Sex and the City con queste quattro single che vivevano a New York dedite al lavoro, che consumavano relazioni una dietro l’altra, salvo poi piangere perché comunque cercavano Mr. Big. E poi arriva Chiara Ferragni sul palco di Sanremo che crede veramente che le donne abbiano bisogno di quello che hanno già. In realtà c’è un’insoddisfazione di fondo che viene fuori e che racconta questo tradimento del femminismo nei confronti delle donne: le doveva rendere più felici, le ha rese soltanto più sole.
Il maschio: orpello, zerbino o violento
E l’uomo? In questo scenario ci sono tre opzioni. O l’uomo diventa un orpello, un accessorio. Si può procreare senza la relazione con un uomo, quindi l’uomo è un surplus che può esserci ma può anche non esserci. Oppure diventa uno zerbino. Raffaella cita il film Barbie, uscito l’anno scorso: “Noiosissimo, non andate a vederlo”. C’è Barbie che vive a Barbie Land, dove sono tutte donne, tutte Barbie. C’è la Barbie sindaco, la Barbie barista, la Barbie operatore ecologico. Sono tutte femmine. E i maschi dove sono? Sono spiaggiati. Stanno sulla spiaggia, tutti belli, eleganti, un po’ fighetti, e aspettano che le Barbie li degnino di un po’ di attenzione. Questo è quello che nel mondo ideale vorrebbero venderci. Poi in realtà Barbie si riprende sul finale, perché perfino Barbie nel regno del femminismo perfetto si rende conto che c’è qualcosa che non va in un mondo del genere.
Oppure il maschio è violento. Perché la mascolinità è diventata tossica da qualche anno. Ovviamente i primi a decretarlo sono stati l’associazione di psicologi degli Stati Uniti, e poi le novità arrivano sempre anche da noi piuttosto velocemente. La mascolinità è diventata tossica in quanto tale, per cui se ne parla continuamente, si parla della necessità di “devirilizzare” il maschio. Provate a immaginare se ci fosse un titolo speculare: avremmo già la Boldrini in piazza con tutte quante a protestare.
La mascolinità è diventata tossica al punto che è stato coniato il termine “femminicidio”. Un termine utilizzato per dire che gli omicidi in cui la vittima è una donna – la donna viene uccisa in quanto donna – cosa che oggettivamente non è vera. Perché queste donne che vengono brutalmente uccise non vengono uccise in quanto donne. Non è che questi uomini escono e uccidono la barista o litigano con una tizia al parcheggio e la uccidono. Sono omicidi che si consumano dentro una relazione, o in corso o appena conclusa. E secondo Raffaella il termine più corretto è quello che si è sempre usato: delitto passionale. Perché sono le passioni che non sono dominate dalla ragione. Ma se si sbaglia a leggere il fenomeno – femminicidio, cioè in quanto donna, la donna è vittima – allora si finisce con lo sbagliare anche a leggere la conseguenza. Se la donna è sempre vittima, l’uomo è sempre carnefice. E così, nell’era della lotta alle discriminazioni di genere, un intero genere – quello maschile – finisce per essere colpevolizzato a prescindere.
La soluzione diventa “devirilizzare” il maschio. Arrivano i corsi nelle scuole contro la violenza. Qualche giorno fa al Liceo Visconti di Roma è scoppiata una polemica per cui fuori da una classe è uscito l’elenco delle conquiste: tre o quattro ragazzi avevano scritto i nomi delle ragazze con cui erano stati. Apriti cielo. È venuto fuori un pandemonio. C’è chi ha chiesto la bocciatura di questi ragazzi perché era una cosa gravissima, violenza contro le donne, e queste donne saranno traumatizzate per il resto della vita. L’esito è stata la sospensione di questi ragazzi per sei giorni e l’obbligo di fare un periodo al Telefono Rosa. “Mi sembra un po’ eccessiva come misura”, commenta Raffaella. “E soprattutto si parte sempre dal presupposto che il problema era l’elenco, non era che delle ragazze e dei ragazzi avessero una vita sessuale così attiva già alle superiori e trattassero la cosa con superficialità. Ovviamente questo non era il problema. Il problema era unicamente la lista. Quella lista era violenza. Quindi non si ragiona mai in termini di relazione, in termini di uomini e donne che devono imparare a relazionarsi e costruire qualcosa di bello insieme. Si ragiona comunque in un’ottica di contrapposizione, potere, dominio. E quindi è sempre uomini contro donne. E a me non sembra che ci abbiamo così tanto guadagnato.”
Il caso Turetta è stato usato dal nostro Stato per mandare avanti questo progetto di devirilizzazione del maschio. C’è stato questo caso terribile dello scorso novembre, l’attenzione è stata massima. Era purtroppo un fatto di cronaca nera atroce, come tanti, ma è stato veramente caricato di una grandissima enfasi anche grazie ai familiari di questa ragazza, soprattutto la sorella, che aveva detto che tutti gli uomini sono colpevoli a prescindere. “Ora, la sorella di un’uccisa si può perdonare di tutto. Si perdona di meno a chi ha preso queste parole e ancora una volta le ha utilizzate per colpevolizzare una categoria, per fare i corsi all’interno delle scuole, che poi si parla sempre della questione del patriarcato.” Ma noi non viviamo in una società patriarcale. I ventenni di oggi, Turetta, sono i nipoti – neanche i figli – della generazione del ’68, quella nutrita a pane e libertinaggio, la generazione della rivoluzione dei costumi, che ha votato a favore del divorzio, a favore dell’aborto, che con la contraccezione ha interrotto il boom demografico del dopoguerra. I genitori dei ventenni di oggi, quelli che hanno cinquant’anni, quarant’anni, hanno smesso di sposarsi in chiesa, hanno fatto ancora meno figli. E i loro figli, cioè i ventenni di oggi, tutto sono tranne che simbolo del patriarcato. Si parla di sessualità fluida, la natalità è praticamente ai minimi storici nel nostro paese. È esattamente l’antitesi del patriarcato. L’uomo forte è quello che sa dominare le passioni. Invece qui abbiamo la dittatura dell’uomo che deve in ogni caso seguire le sue emozioni. E poi se l’uomo segue le sue emozioni, così come la donna, ovviamente i risultati non sono così edificanti.
La donna cristiana e la Vergine Maria
Quello che si vuole attaccare in maniera più massiccia è proprio la figura della donna cristiana. Nelle scorse settimane c’è stata una polemica perché dagli Stati Uniti sui social giravano video di queste ragazze giovani che si chiamavano trad wives, mogli tradizionali. Ragazze molto belle, americane, tutto molto carino, che fanno video in cui sono in casa, cucinano, si occupano dei loro figli. Apriti cielo. Hanno iniziato a fare una marea di titoli sul sessismo, sul Medioevo, eccetera. Semplicemente perché queste donne avevano liberamente scelto di stare a casa con i figli. Ma nell’epoca della libertà a tutti i costi, sembra che l’unica cosa che non si possa scegliere sia appunto restare a casa e fare la madre. Raffaella è stata anche a un incontro, a un dibattito, qualche settimana fa, in cui si diceva che la donna non doveva lavorare a prescindere. Ma questo è il contrario della libertà.
La Chiesa è rimasta un po’ l’unica a non piegarsi al concetto della parità per il mondo, che è un dogma: le donne devono fare esattamente quello che fanno gli uomini. Ma poi nella realtà non avviene così, perché c’è la natura che ci dice che solo la donna può portare dentro di sé la vita, può generare all’interno del proprio corpo, può custodirla e darla alla luce. E poi, se guardiamo alla Chiesa, il sacerdozio è solo maschile. Non ci sono – nonostante le spinte – il sacramento dell’ordine è solo maschile. Però Raffaella ha voluto fare un focus nel libro su una donna, la donna più potente al mondo. Nel 2005 il National Geographic ha dedicato la copertina e ha titolato “La donna più potente al mondo”. Chi è? La Vergine Maria. Perché il nome di Maria è il nome in assoluto più invocato sul pianeta, tutti i giorni. Provate a pensare quante centinaia di migliaia di Ave Maria salgono al cielo dagli angoli più disparati della terra. In questo, penso che la Vergine Maria superi anche il suo Divino Figlio. Edifici, scuole, chiese, ospedali dedicati a Maria. Una valanga. Maria è il nome più diffuso in tutte le sue declinazioni: Miriam, Annunziata, Incoronata, chi più ne ha più ne metta. Maria è la creatura più grande della terra ed è anche la regina del cielo. Quindi è vero che per la Chiesa il sacramento dell’ordine è soltanto maschile, ma non c’è nessuna creatura sulla terra più grande di Maria. Quindi il problema è l’ottica con cui noi guardiamo i due sessi, che è sempre un’ottica di potere, di dominio. Invece Maria si presenta dicendo: “Eccomi, sono la serva del Signore”. La regina del cielo si presenta e dice: “Eccomi, sono la serva del Signore”. Maria è madre, figlia, sposa. I miracoli iniziano con lei. E sostanzialmente lei ribalta l’ottica mondana del potere come dominio. Perché il potere vero, lei mostra con la sua vita, è la carità. Ed ecco perché oggi tutto quello che rimanda a questo modello di donna viene attaccato.
A marzo c’è stato questo referendum in Irlanda sulla Costituzione. L’Irlanda va a votare la Costituzione “sessista”. E cosa c’era scritto in questa Costituzione così sessista? C’era un articolo che diceva che la donna non deve essere obbligata a lavorare da necessità lavorative. Ma ben venga una cosa del genere. Cioè, la Costituzione prevede che una donna lavori se lo vuol fare per ambizione, per desiderio, per vocazione, ma non che sia obbligata. Cioè, che lo Stato deve andarle incontro in questo, che lo Stato accompagni il suo essere madre. Tutto quello che rimanda lì viene attaccato.
“In realtà nella loro reciprocità feconda e nel loro comune compito di dominare e assoggettare la terra – così diceva Giovanni Paolo II – l’uomo e la donna non riflettono un’uguaglianza statica e omologante, ma neanche una differenza abissale e inesorabilmente conflittuale. Il loro rapporto più naturale, scrive sempre Giovanni Paolo II, che riflette il disegno di Dio, è l’unità dei due. A questa unità è affidata non solo l’opera della procreazione, della vita e della famiglia, ma la costruzione stessa della storia.”
Raffaella non so se ci sia una ricetta di come la donna debba essere oggi. Ma crede davvero che non si possa in alcun modo prescindere dalla nostra natura femminile. Racconta di avere in casa una tazza che si è fatta fare perché l’ha vista quando è andata a intervistare la primaria dell’Istituto dei Tumori, pediatria di Milano. L’ha intervistata proprio sul tema della triptorelina, il farmaco per bloccare la pubertà, perché lei lo usa per ragioni terapeutiche, per i bambini che hanno patologie oncologiche. E lei sta male quando lo deve utilizzare perché è cosciente di tutti gli effetti collaterali. Le ha fatto un’intervista molto bella in cui le diceva: “Io penso che non stiamo veramente rispondendo al disagio che vivono questi ragazzi. Gli stiamo dando una risposta di maquillage. Ma loro hanno bisogno di una risposta di senso sulla loro vita”. Questa dottoressa aveva un quadretto appeso in cui c’era scritto: “Sii quel tipo di donna che ogni giorno quando si alza il diavolo dice: ‘Oh cavoli, si è alzata anche oggi'”.
Ecco, questo dovrebbe essere l’augurio per tutte.
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