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Il Messico è stato il mio primo viaggio “soltero”.
Ero andato con un personaggio italiano che praticamente vive là da alcuni anni. È un tipo straricco che ha lasciato la gestione delle ceramiche che possiede al figlio e, tramite finanziamenti europei, ha acquistato alcuni capannoni a Coatzacoalcos e li affitta a imprese messicane.
Dopo un paio di giorni di ambientamento mi disse: “Se vuoi visitare un po’ il Messico ti porto alla stazione dei pullman, ti indico un itinerario interessante, ma da lì in poi ti arrangi, perché io non ho tempo per accompagnarti.”
È stata una delle decisioni più sofferte della mia vita.
Mi passò davanti tutta la mia vita, feci profonde considerazioni fino a che, alla fine, dopo meno di 5 interminabili secondi, gli sorrisi e dissi: ” Ho deciso, io vado”.
Così sono partito.
Arrivato alla stazione dei pullman, comprai il biglietto.
Esistevano due possibilità: una era per i “ricchi”, mentre l’altra per i messicani più poveri.
In realtà, la differenza di prezzo era irrisoria, almeno per il nostro metro di occidentali, solo pochi centesimi.
Così, presi il biglietto per il pullman migliore.
Mentre attendevo la partenza, vidi poco più in là una ragazza che scherzava con un tipico messicano baffuto più anziano di lei, avrà avuto circa la mia età.
Finalmente, il pullman fu pronto per partire.
I posti erano numerati, ma c’era pochissima gente.
Sul sedile nella fila antecedente alla mia, si sedette la ragazza che avevo ammirato prima.
Il pullman partì.
Poco dopo, la ragazza si girò e mi invitò a sedere al suo fianco; tanto ormai il pullman era partito e non sarebbe salito più nessuno e così feci.
Mi chiese da dove venivo e parlammo un po’.
Mi raccontò che lavorava in un locale a Cancun e che aveva 19 anni.
Non ci trovai nulla di strano se consideriamo la minigonna a pelo di figa che indossava.
Il pullman era partito circa alle 3 di notte (o del mattino, come dicono alcuni), e presto ci venne sonno.
Dormicchiando, mi “cadde” la mano fra le sue cosce.
Non si lamentò; anzi, le allargò un po’ per farmi sentire più a mio agio.
Il viaggio partiva secondo ottimi auspici.


La prima meta è stata Palenque.
Ovviamente, la prima cosa che feci fu trovare un hotel.
Posai la borsa e uscii.
All’esterno, circa ogni 15 minuti, passava una navetta che portava a “las ruinas”.
La presi e mi recai alla meta.
Arrivai in una piazzetta piena di bancarelle per turisti.
Mi incamminai per il sentiero e sentii qualcosa che mi sembrava una musica diffusa da altoparlanti distribuiti in quello che all’inizio mi sembrava un parco (realizzai solo più tardi che era il canto di numerose specie di uccelli e altri animali).
Mi addentrai per alcuni passi e, all’improvviso, mi apparvero le rovine Maya.
Tutto attorno era giungla . Ma lì si poteva percepire ancora la vita di questo popolo scomparso da secoli.
In quel momento cominciai a sentire una sensazione di debolezza nelle gambe. Mi sedetti su una panchina di pietra e stetti in contemplazione per circa mezz’ora. Ad un certo punto mi accorsi che tutto ciò che vedevo era offuscato. Allora compresi che stavo piangendo. Non avevo mai visto niente di più bello al mondo.
Avevo sentito parlare della sindrome di Stendhal; ora so di cosa si tratta, avendola provata con le rovine Maya.
Le costruzioni non avevano “violentato” la natura circostante, né ne facevano parte. Non potevi concepire una cosa senza l’altra.
Successivamente ne ho viste altre: Chichén Itzá nello Yucatán (le più grandi e famose), Tikal in Guatemala (tutte definite dall’UNESCO patrimonio dell’umanità) e tutte avevano questa caratteristica di perfetta sintonia con la giungla che le circonda.
Purtroppo non possiedo immagini di quei luoghi, dal momento che non possedevo ancora la tecnologia di cui sono dotato ora.


Puerto Escondido

Segnor, chi tiene tierra no la cultiva e chi la cultiva no tiene tierra

Il film di Salvatores che preferisco è “Puerto Escondido”.
Avevo letto il libro e visto il film e mi erano piaciuti entrambi.
Ero a Mérida, una città del Messico tutta molto pulita e colorata.
La sera prima ero stato a cena con una messicana che mi chiamava “gringo”.
Mi aveva abbandonato alla fine della cena con una scusa, lasciandomi il conto da pagare.
Avevo sperato in un dopocena che però non c’è stato. Pazienza, non era neppure molto bella, era un po’ “gorda” (grassottella nella traduzione), non ho perso molto.
Mancavano 3 giorni al mio rientro in Italia.
Sarei dovuto rientrare a Coatzacoalcos, dove c’era il tizio che mi ospitava.
Da lì saremmo dovuti rientrare al D.F. (Città del Messico), dove mi attendeva l’aereo.
Ero già a Mérida da 2 giorni, avevo già visto tutto ciò che c’era da vedere.
Così feci un giro alla stazione dei pullman.
Guardai le destinazioni e lo vidi.
Non ci pensai un attimo: tornai in hotel, presi la mia borsa e tornai alla stazione dei pullman.
Comprai il biglietto.
Viaggiai tutta la notte e al mattino arrivai sull’altro oceano.
Il pullman si fermò su un’altura.
Mi incamminai verso la spiaggia.
A metà percorso mi fermai in un hotel e chiesi se, pagando ovviamente, potevo depositare la mia borsa per qualche ora. Mi dissero di sì.
Continuai il cammino.
A un certo punto vidi uno spiazzo.
Entrai e cominciai a guardare il panorama.
Poco dopo, un anziano uscì dalla casa a fianco.
Gli chiesi, nel mio spagnolo stentato, se potevo restare qualche minuto a osservare il panorama.
Mi disse che non davo alcun fastidio e che potevo restare tutto il tempo che volevo.
Poi cominciò a raccontarmi.
Mi disse che era un carrozziere che veniva dal D.F. e che cercava di aprire la sua attività lì, solo che non aveva ancora la corrente elettrica nonostante fossero sei mesi che aveva fatto domanda.
Gli chiesi come mai ci volesse tanto tempo.
Mi sorrise e mi disse: “Porque estamos en Puerto Escondido…”
La breve sosta era terminata e ho ripreso il mio cammino.
Arrivato alla spiaggia, mi sono seduto.
Poco dopo è passato un ragazzino con un carniere pieno di grossi pesci.
Gli chiesi se li aveva pescati lui e mi rispose di sì, e “sin carna” (ovvero senza esca).
Pensai che almeno non morivano di fame.
Dopo un altro po’, mi si avvicinò un ragazzo sui 20 anni circa, forse anche 1 o 2 in meno.
Si offrì di farmi visitare le 7 spiaggette di Puerto Escondido.
Conosceva un tizio che gli avrebbe prestato la barca e mi disse che si sarebbe tuffato per catturare una testuggine da mostrarmi.
Mi chiese 2 dollari per il tour.
Non potevo rifiutare e così ci avventurammo al largo nell’oceano.
In mezzo all’oceano tirò fuori una cartina e cominciò a rollare.
Non c’era tabacco, solo ganja.
La ganja messicana è fra le migliori al mondo.
Dopo quella, un’altra.
A quel punto mi chiese se volevo che si tuffasse per catturare la testuggine come mi aveva promesso.
Gli risposi: “Amico mio, sono a Puerto Escondido, in mezzo all’oceano e sto fumando una delle ganje migliori al mondo; lasciala in pace la testuggine, io sono già in paradiso, o meglio, per essere in sintonia con la mia vera essenza, sono già a casa, negli inferi”.
Più tardi rientrammo e visitammo un paio di locali dove gli offrii da bere.
Alla fine gli diedi 5 dollari; era felice come una Pasqua, ma io ero più felice di lui perché mi aveva fatto passare una giornata che mi sarei ricordato tutta la vita.

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