Sentiamo la farneticazioni delle solita femminarda fanatica:
“Il matrimonio conviene soprattutto agli uomini.
Eppure sono io quella che sogna l’anello, non lui.
E perché, ti chiederai? Perché il marketing ha confezionato il tutto in maniera accattivante e l’ha chiamato il grande sogno di ogni donna.
Pensa solo al fatto che gli uomini sposati vivono in media 10 anni in più e guadagnano il 30% in più rispetto agli uomini non sposati, mentre le donne sposate si ritrovano con circa 7 ore di lavoro domestico in più a settimana e presentano tassi di disturbi d’ansia più elevati rispetto alle donne non sposate.
Eppure basta che lui mi scriva “Sei tu quella giusta” e io già mi immagino con l’abito da sposa.
E questo perché l’idea del matrimonio mi è stata venduta.
Io giocavo con la Barbie e la facevo sposare con Ken li facevo mettere su famiglia mentre lui giocava con i cuscini scoreggini e altra roba.
E così poi alle elementari io disegnavo i cuoricini sul quaderno mentre lui disegnava i cazzetti sul banco.
Nel marketing questo viene chiamato fase di riscaldamento del pubblico.
La vendita dell’idee del matrimonio non avviene a 30 anni quando tutte le tue amiche si sposano, avviene a 5 anni quando guardi le principesse della Disney sposarsi con il principe.
Perciò se vendi per esempio mutande gli sconti e le promozioni e lo slogan sono solo l’ultimo passaggio, perché prima del pulsante acquista ci sono ancora tantissime fasi che iniziano molto prima.
Così si vendono le mutande, così si vende il matrimonio e in realtà così si vende qualsiasi cosa.”
Questa ragazza sostiene che il matrimonio sia un affare per gli uomini e una fregatura per le donne. La sua tesi è questa: gli uomini sposati vivono 10 anni in più e guadagnano il 30% in più, mentre le donne sposate accumulano 7 ore di lavoro domestico in più a settimana e più ansia. E se le donne continuano a sognare l’anello, è solo perché il marketing glielo ha venduto fin da bambine, con le Barbie che si sposano con Ken e le principesse Disney.
Le statistiche che cita sono vere. La conclusione è rovesciata. E la storia di chi ha venduto cosa a chi è esattamente l’opposta.
1. Le due statistiche smontate
Le 7 ore di lavoro domestico. Il dato viene da uno studio dell’Università del Michigan. È reale: un marito aggiunge in media 7 ore di lavoro domestico a settimana alla moglie. Quello che il video omette è il trend dello stesso studio.
Nel 1976 le donne americane facevano 26 ore di lavoro domestico a settimana. Nel 2005 erano scese a 17. Nello stesso periodo gli uomini sono passati da 6 a 13 ore, più che raddoppiando. La conclusione letterale dei ricercatori è: “Il matrimonio non è più una via valida per gli uomini per ridurre il loro lavoro domestico”. La foto è vera, il film è l’opposto: da 50 anni il matrimonio sta redistribuendo il lavoro domestico, non concentrandolo. Senza contare che lavatrice, aspirapolvere e tutte le tecnologie che hanno eroso quelle ore sono invenzioni in gran parte maschili.
L’ansia delle donne sposate. Qui il dato è diametralmente falso se generalizzato all’Occidente. Tutta la letteratura sociologica mostra che le persone sposate, indipendentemente dal genere, hanno minori probabilità di sviluppare disturbi d’ansia e tassi di malattia mentale inferiori rispetto ai single.
Le donne sposate presentano livelli di salute mentale eccellente e superiori sia alle donne non sposate che agli uomini non sposati. Gli studi che trovano più ansia nelle sposate vengono quasi tutti da contesti di matrimoni forzati, violenze e forte discriminazione femminile, come India, Pakistan e Bangladesh. Prendere quel dato e applicarlo all’Italia nel 2026 è cherry picking. È esattamente la manipolazione che la ragazza accusa gli altri di fare.
2. Cosa dice davvero la ricerca su chi vince
Sui vantaggi maschili la ragazza non bara, anzi li sottostima. Gli uomini sposati non guadagnano il 30% in più, ma il 40% in più rispetto ai coetanei non sposati, e accumulano un patrimonio nel corso della vita fino a 10 volte superiore a chi non si è mai sposato o è divorziato. Sulla longevità oltre 100 anni di ricerca confermano che vivono più a lungo e muoiono meno a ogni fascia d’età rispetto ai single.
L’errore logico è pensare che se gli uomini ci guadagnano, le donne ci perdano. Non è così. Anche le donne ci guadagnano, in modo proporzionale.
Lo studio dell’economista Sam Peltzman su 50 anni di General Social Survey dimostra che essere sposati è l’indicatore più forte di felicità autopercepita, con 30 punti percentuali di vantaggio sui non sposati, per entrambi i generi.
La narrazione contraria ha già avuto il suo momento mediatico ed è crollata. Nel 2019 Paul Dolan della London School of Economics disse che le donne senza marito e senza figli erano il sottogruppo più felice. La notizia fece il giro del mondo. Poi si scoprì che Dolan aveva letto male il questionario, confondendo la domanda sulla presenza del coniuge nella vita con la presenza durante la telefonata dell’intervista. Riletti correttamente, gli stessi dati mostravano che le donne sposate tra i 18 e i 50 anni erano più felici di single, mai sposate e divorziate.
C’è un altro dato che spiega parte dell’infelicità di oggi. L’American Family Survey del 2024 mostra che tra i 18 e i 40 anni il 37% delle donne conservatrici si dichiara soddisfatta della propria vita contro solo il 12% delle donne liberali. Sulla solitudine, solo l’11% delle conservatrici si sente sola in settimana contro oltre una su tre tra le liberali. Non è isolato, altri istituti trovano lo stesso pattern, particolarmente ampio quando la donna non ha figli.
La mia interpretazione è aritmetica. Le giovani donne si sono spostate molto a sinistra, gli uomini hanno mantenuto la loro bussola. Oggi ci sono solo sei uomini progressisti single per ogni dieci donne progressiste single. Se le donne progressiste escludono a priori partner con visioni diverse, la frittata è fatta. Non è detto che sia il matrimonio mancato a causare depressione, ci sono anche social intensivi e catastrofismo, ma a una certa idea politica corrispondono tassi più alti di fallimento relazionale.
3. Chi ha venduto cosa a chi
L’idea che il matrimonio sia stato venduto alle donne non è nuova. Ha un nome e una data: Betty Friedan, 1963, La mistica della femminilità. La tesi è identica: la società del dopoguerra avrebbe convinto le donne che la realizzazione è il matrimonio.
Il problema è che Friedan ha costruito quella tesi su una storia personale falsa. Nel libro finge di essere una casalinga che ha un’illuminazione improvvisa. Lo storico Daniel Horowitz, analizzando i suoi archivi, ha dimostrato che al momento della pubblicazione era già attiva da oltre 20 anni su femminismo ed emancipazione. Non è un dettaglio. È un tentativo di creare empatia con donne estranee al femminismo per convincerle che la loro vita sia sbagliata.
Lo stesso femminismo l’ha criticata come elitaria e classista, perché quella visione negativa del matrimonio era tipica di donne bianche privilegiate di classe medio alta come lei, non trasversale.
La verità antropologica è l’opposta. Nel 2012 Joseph Henrich, Robert Boyd e Peter Richerson hanno pubblicato su Philosophical Transactions of the Royal Society lo studio più citato sul tema: perché la monogamia normativa si è imposta quando per la maggior parte della storia registrata la poligamia era concessa?
La risposta è che la monogamia è un patto di gruppo imposto agli uomini di alto status. Quelli che in una società poligamica avrebbero potuto avere più mogli rinunciano a quel vantaggio individuale in cambio di meno competizione maschile, meno criminalità, meno uomini esclusi dalla riproduzione e più investimento sui figli e sul futuro. I dati mostrano che sopprimendo la competizione intrasessuale la monogamia riduce violenza, sposta il focus dalla ricerca di nuove partner all’investimento paterno e aumenta produttività, risparmio e pianificazione a lungo termine.
Il matrimonio non nasce per intrappolare le donne. Nasce come sacrificio chiesto agli uomini forti per stabilizzare la società. Una società con meno uomini esclusi e meno violenta è un vantaggio anche per le donne, che sono fisicamente più vulnerabili.
Se c’è stata una vendita alle donne, è stata quella opposta: vendere l’idea che indipendenza significhi automaticamente libertà e felicità.
Il caso più documentato è del 1929. L’American Tobacco voleva raddoppiare i profitti facendo fumare le donne, all’epoca stigmatizzate. Ingaggiò Edward Bernays, padre delle pubbliche relazioni. Bernays non fece una pubblicità, allestì un falso evento femminista. La sua segretaria Bertha Hunt finse di essere attivista e invitò donne dell’alta società newyorkese a una marcia di Pasqua per accendere “torce della libertà”, cioè sigarette, in nome dell’uguaglianza. Il New York Times titolò in prima pagina sul gesto di libertà femminile. Né Bernays né l’azienda vennero mai citati. Un vizio fu venduto come emancipazione.
Stessa logica nel 1946 con il bikini. Il designer Louis Réard non trovava una modella disposta a indossarlo. Ingaggiò Micheline Bernardini, diciottenne spogliarellista del Casinò di Parigi. Il nome Bikini, preso dai test nucleari sulle isole Marshall, puntava sullo scandalo esplosivo. Negli anni 40 c’era ancora una correlazione diretta tra decenza percepita e valore sul mercato matrimoniale, e Réard la attaccò di proposito. Presentò la Bernardini davanti a 50 giornalisti e 2000 persone alle piscine Molitor, fece stampare caratteri tipografici da giornale sul costume stesso, e poi lanciò lo slogan che un vero bikini doveva essere così sottile da passare attraverso una fede nuziale, ridicolizzando l’idea stessa di matrimonio. Virale per costruzione, non per caso.
Mettiamo insieme i pezzi. Le due statistiche del video sono vere a metà. L’altra metà racconta una storia di miglioramento continuo per le donne in casa e di vantaggi condivisi fuori. Le donne sposate sono più felici, non più ansiose, e l’unica volta che si è provato a dimostrare il contrario era un errore di lettura.
E sulla domanda più grande, chi ha venduto cosa, la ricerca dice il contrario della fanatica. Il matrimonio è stato venduto agli uomini come patto sociale per tenere insieme il gruppo. Alle donne, da un secolo a questa parte, è stata venduta l’idea che rompere quel patto sia di per sé emancipazione, spesso con un interesse commerciale nascosto dietro.
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