Dante Alighieri e il didietro della passera
Disse Dante Alighieri palpando il culo della cameriera, una giovin pulzella del Mugello.
Era appena entrato in una bettola di Firenze, dove era solito andare dopo cena a farsi un bicchier di vino.
«Messer Dante, che la fa? Le mie chiappe lassi sta’!» Disse lei di rimando col culetto sculettando.
«È arrivato il letterato, che sa tutto del creato!» Disse astioso un contadino giunto a bere un po’ di vino.
«Il culo è fatto per la gente dotta, per il villan fottuto c’è la potta!» Sentenziò spuntando fra i bicchieri già un po’ brillo Cecco l’Angiolieri.
«Te tu la metti sempre in politica!» gli disse Dante sedendosi al tavolo.
«Però, dici bene a di’ quello che dici.
Anzi, io medesimo ti invito a dire sempre quello che dici, acciocché la gente sappia che quello che dici l’hai detto!» «Io dico sempre quello che dico!» rispose Cecco.
«Se ‘un lo dicessi, ‘un potrei dire che ho detto quello che ho detto! Imperocché dissi, dico e dirò quello che ho da dire! Lo voi un mezzino?» «Meno male che l’hai detto!» disse Dante.
Si riempì il bicchiere, poi si alzò in piedi e, indicando il culo della donzella, così favellò: E Cecco rincarò, riempiendo il suo bicchiere: «Veder passare un culo, è sempre un bel vedere…».
«Ma quale culo!? Belli o brutti, visto un culo, visti tutti!» Lo interruppe un barrocciaio giunto appena dal vinaio.
«Eh no!» fece piccato uno stalliere, nel mentre stava riempiendosi il bicchiere: «C’è culo e culo! Codesto sì che fa venì le voglie,mica quello che porta la mi’ moglie, la qual, paragonato alle chiappette sue, la cia un culo che ne sembran due!» «Io, invece, ‘un fo tanta distinzione e apprezzo il culo di qualunque dimensione… Purché di donna, questo è naturale, visto che tutti mi guardate male!» Disse lì uno con la barba bianca, ch’era seduto di traverso sulla panca.
«A me sembrate matti tutti quanti a preferir ‘l didietro invece del davanti!» Disse scuotendo il capo il barrocciaio.
Poi chiese ancora vino a quel vinaio.
«Di sicuro non fu fatto quell’ambiente perché fosse di sollazzo per la gente, è meglio farci un bel giro tutto intorno e se hai le voglie girarsi a mezzogiorno!» Disse convinto un calzolaio stanco che per far rima s’era appoggiato al banco.
«Sono sicur che del Maligno c’è la mano laggiù in quel posto puzzolente e poco sano!» Aggiunse un tizio con l’aria pensierosa credendo di aver detto una gran cosa.
«Ma che Maligno! Non dire bischerate.
Ve lo dich’ìo chi fècìélo, ascoltate: soltanto un Angelo che amava tanto l’arte poteva far sì bene quella parte.
E quello che mi fa cotanta tenerezza è che l’ha messo, cari miei, alla giusta altezza!» Fece Cecco Angiolieri ricominciando a bere,e come non si sa stava ritto a sedere.
«E se così non fosse poi chi se ne fotte.
Il culo oramai c’è.
Che s’usi e bonanotte!» Aggiunse mentre si appoggiava al muro, che ritto a seder non si sentìa sicuro.
Fe’ Dante.
E mentre lui parlava, stavano tutti zitti, nessuno rifiatava.
Ma come ebbe finito di fare quel sermone, fra tutti que’ beoni rifu la confusione: «Volete sta’ un po’ zitti e boni o vi devo piglia’ a legnate su’ gropponi?» Gridò indi l’oste tutto inviperito, indicando minaccioso il bastone con un dito.
«E te, Dante, va’ fori! Fra tutti gli avventori sei il primo a fare discussioni sulla potta e sul cul: t’ho sui coglioni! Sei un debosciato della prima ora.» «Debosciato io? E Cecco, allora?» «Almeno lui consuma, ‘un bada a spese.
‘Un è mia come te: lui l’è un senese.
Invece te co’ un misero mezzino mi tieni occupato un’ora un tavolino! Poi te lo voglio di’: ‘un paghi mai! Vieni qui, bevi, discuti e te ne vai!» Dante Alighieri a quell’oste villano rispose menando per l’aere la mano: Cecco Angiolieri, finito il bicchiere, con uno sforzo s’alzò da sedere: «In questa sorte ria ti son fratello, vengo con te, andiamo in un bordello!» «Ecco, bravi! Andate pure fra la gente dotta, che noi siamo ignoranti e preferiam la potta!» Concluse con un ghigno il contadino, che nel frattempo avèa scolato il vino.
Allora Cecco, sorretto da Dante, disse a quell’uomo, con voce tonante: «S’i’ fosse fuoco, arderei’l mondo; s’i’ fosse vento, lo tempestarei; s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei; s’i’ fossi Dio, mandereil’ en profondo; s’i’ fosse papa…» «Ve l’ho già detto, brutti caproni, fori di qua, via da’ coglioni!» Urlogli l’oste col bastone in mano, mentre quei due fuggivano lontano.
Questa disputa, risalente alla fine del Duecento tra Dante, Cecco Angiolieri, l’oste e gli altri personaggi, è storia vera.
Potrei portare a testimonianza gli avventori di una mescita di vini in Borgo Santa Croce a Firenze che me l’hanno raccontata.
Avrete notato che alcune strofe discordàno per metrica dalle altre.
Ma ai nostri personaggi, più che la metrica, interessava il litro.
Questa vicenda sono in tanti a saperla e se la tramandano con orgoglio di generazione in generazione.
Si tratta infatti della prima discussione sul didietro della passera in lingua italiana.
Prima di allora infatti queste discussioni le facevano in latino.
Fu Dante, dunque, a inventare e diffondere la lingua italiana a Firenze.
Poi, quando i fiorentini lo esiliarono perché era un rompicoglioni, Dante, gironzolando per paesi e città, insegnò a tutti quelli che incontrava quella lingua, detta allora «volgare».
Fu così che, un po’ alla volta, si diffuse in tutta Italia.
Celebri e usate ancora oggi alcune geniali espressioni da lui inventate: «potta», «bucaiolo», e «tu ma’ maiala» (cfr. F. De Sanctis: Dante? O chi è!).
Ma ora torniamo al dietro della passera.
È chiaro che se la passera è davanti, vuol dire che c’è anche un dietro.
E il dietro della passera è il culo.
Meglio di così non ci poteva andare!

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