Finocchi, preti, babbi, tarme e solleone
Sembrerebbe incredibile, ma anche la passera ha dei nemici.
I principali sono sicuramente: i finocchi, i preti, i babbi e le tarme.
Capiamo nel dettaglio perché.
I finocchi per ovvi motivi: considerano le donne dei concorrenti sleali perché hanno la passera.
È per questo forse che a volte la chiamano con disprezzo «quell’orrida ferita».
I preti le sono avvèrsi per ragioni altrettanto ovvie, ma che non sono però le stesse dei finocchi: Gli esponenti del clero infatti hanno sempre sostenuto che la passera fosse la dimora del diavolo.
E, a dire il vero, lì dentro un po’ caldino c’è! Ma è un bel caldino, anzi, è anche per quel bel caldino che la passera ci piace tanto.
I preti capirono presto che la storiella del diavolo non intimoriva nessuno.
Allora inventarono le mutande e, con una bolla papale rimasta famosa, ordinarono che «le mutande e gli assi sono gli ultimi a calassi».
Per secoli infatti sono state proprio le mutande il maggiore ostacolo fra l’uomo e la passera.
I babbi sono nemici della passera perché sono gelosi delle figlie.
Le tarme perché sciupano i peli.
C’è poi anche una situazione climatica che è nemica della passera: il caldo del solleone, il clima torrido del periodo che va dal quindici luglio al quindici agosto.
In quei giorni di calura l’aria si fa appiccicosa, toglie il respiro e tutto s’ammoscia.
Si suda anche a stare fermi e la fiacca imperversa.
Come potete immaginare, in una situazione del genere le preferenze vanno a cose più fresche, che danno refrigerio.
Fu in un bar nel centro di Pistoia che alcuni giovani di provata dedizione alla passera, oltreché adusi al gioco e ai bagordi, in una notte più calda e appiccicosa del solito, dopo un lungo e appassionato dibattito, stilarono un elenco delle cose preferite in quella circostanza.
Al primo posto, all’unanimità, e con gran distacco, vinse la fetta di cocomero fresco.
Al secondo posto arrivò la crema di una famosa gelateria artigiana.
Al terzo l’acqua gelida della sorgente di Giampierino a Prunetta.
Al quarto le panchine di marmo delle Poste.
Solo al quinto posto, staccatissima, arrivò la passera.
Ma ovviamente questo è un caso limite che trae origine da una condizione anomala.
In tutte le altre situazioni, sia di luogo che di clima, la passera è sempre la passera.
Il lavoro C’è poi un nemico, questa volta dell’uomo, che però ha conseguenze negative anche sulla passera: il lavoro.
L’orrendo, triviàle, aberrante lavoro.
Qualsiasi lavoro, perché, sia chiaro, non c’è un lavoro più bello di un altro.
Al massimo può essere meno peggio.
Ma «bello» no! Mai! Prima di tutto perché lavorare stanca, e la stanchezza fa venire le occhiaie.
Secondo perché ci ruba la parte migliore della vita, oltre ovviamente al tempo per andare a passera.
Basterebbero queste due orrende caratteristiche a farcelo odiare, ma purtroppo ce ne sono anche altre.
Intanto il lavoro turba i rapporti con gli altri.
Come quando, in famiglia, uno si sente dire: «Perché non ti cerchi un lavoro?».
Ma porca miseria! Uno è lì che non fa nulla e loro, proprio i parenti più stretti, lo vogliono rovinare col lavoro.
Tipo uno è tranquillo al bar, arriva un altro e gli dice: «Bah! Proprio te!» «Come proprio io?» ribatte questi.
«Sì, proprio te! Cercano uno per fare un certo lavoretto, e io gli ho detto che ciandavi.» «Come, ciandavo? Io sto bene qui!» «Ormai gli ho detto che ciandavi e ora ci devi andare! E poi è un lavoretto facile facile…» Ora, io sono d’accordo che nella vita non c’è nulla di difficile, però è comunque meglio se lo fanno gli altri.
Ad ogni modo, in questo caso il lavoro ti casca addosso e non ci puoi fare niente.
Ma che uno se lo debba anche cercare, no! Questo è inumano! Senza contare poi che il lavoro non ci permette di pensare.
A meno che uno non pensi al lavoro che sta facendo.
Ma quello non è pensare, perché il pensiero deve essere libero.
Per pensare intanto ci vuole l’ambiente adatto, e il migliore è sicuramente il bar.
Poi ci vuole una poltroncina comoda, di quelle coi braccioli.
Ci si siede, ma non a busto eretto, perché altrimenti le pensate vengono male.
Bisogna scivolare un po’ lungo la sedia, mandando il sedere in avanti per poter appoggiare la testa alla spalliera.
Poi si distendono le gambe, in modo che appoggino mollemente sui calcagni.
A questo punto ci sono due teorie.
Una sostiene che le gambe devono essere leggermente allargate, l’altra, invece, che devono accavallarsi vicino ai piedi.
Sono valide tutte e due.
La scelta, semmai, va fatta in base a ciò che si vuole pensare.
La prima, a gambe leggermente divaricate, è sostenuta dai seguaci della dottrina futurista de «l’Indugio».
Ha per motto «Poi si vedrà».
Favorisce le pensate di cose concrete, più materiali, per esempio come rimandare a poi, nel «futuro», quello che dovremmo fare oggi.
La seconda, quella con le gambe accavallate vicino ai piedi, è sostenuta dai cultori de «l’Abbiocco».
Stimola la mente a fantasticare nel mondo dell’ozio, passando dallo stato di torpore, per stadi successivi, fino al «sonno vigile».
È l’ideale per le pensate filosofiche, spirituali, tipo il sistemino con quattro doppie e una tripla, o per la tris.
Naturalmente tutt’e due vanno bene anche per pensare alla passera.
A questo punto, scelta la posizione che più si adatta alle nostre esigenze, accendiamo una sigaretta e socchiudiamo gli occhi.
Ora possiamo pensare.
Questo sì che è pensare! E poi, a lavorare, si diventa più brutti.
