Era stato un trombatore di Altopascio a parlarmi di lui e a darmi l’indirizzo.
Quando arrivai all’Alimentari Bar Tabacchi M”* (il nome completo non lo posso riferire) ero un po’ agitato.
Non avevo mai incontrato un prete spretato ed ero curioso di vedere come era fatto.
Di loro ne avevo sentito parlare, ma sempre a mezza voce, come quando uno racconta che evade l’Iva.
Ora stavo per conoscerne uno.
Entrai.
«Bongiorno!» dissi io.
«Bongiorno» rispose un omone alto.
Anzi, un po’ più alto.
Era ben pasciuto: aveva un bel faccione pieno, con la pelle rosa e liscia come il culino di un bimbo di due anni/due anni e mezzo.
«Mi dà un pacchetto di Emmesse?» chiesi.
«Dure o morbide?» «Dure.
Ma lei è il signor R***?» «Sì» rispose lui.
Sentii un grumo di commozione in gola.
Era lo spretato! Stava proprio davanti a me, tutto insieme e per ritto! «Senta, io…» Gli dissi chi ero e i motivi per cui lo avevo cercato.
«Se ne può parlare…» replicò lui.
«Venga, si va fuori a un tavolino.
Vanda!» urlò lo spretato (anche se il nome era un altro, mi capirete).
«Sì?» rispose da un’altra stanza una vocina, di donna ovviamente.
«Vieni un po’ te al banco, io devo parlare con un signore.» E rivolto a me: «Andiamo pure».
Ci si accomodò su due poltroncine di plastica, quelle classiche dei bar, e si cominciò a parlare.
«Lei voleva sapere se, dopo la fine dell’Impero romano e le invasioni dei Barbari, i frati amanuensi che s’incaricarono di ricopiare i libri salvati dai roghi e dai saccheggi modificarono quei testi che risultavano un po’ scomòdi per la Chiesa?» «Sì,» lo imbeccai «in special modo riguardo alla passera.
Cianno tramandato le versioni originali o in qualche caso hanno omesso o modificato i testi?» «Qualcosa di vero in effetti c’è…» disse serio con voce seria.
Un brivido mi si aggrappò alla schiena, poi cominciò a scendere giù alle gambe, giù giù fino ai piedi e, meno male, uscì dalle scarpe.
Avevo trovato la persona giusta! «Anni fa andai in Vaticano per un corso di specializzazione sulla miseria, e ogni tanto mi recavo nelle varie biblioteche a consultare dei libri.
Ma in certe stanze, dove so che custodiscono testi antichissimi, non ci si poteva entrare.
Una volta chiesi a un prete bibliotecario, col quale ero entrato in confidenza, se potevo avere il testo più antico dell’Odissèa in loro possesso, che era custodito proprio in una di quelle stanze.
Che lei la conosce l’Odissèa?» «Quella di Omèro?» «Sì, quella.» «L’ho studiata a scuola.
Grande poeta, Omèro.
Secondo me il più grande di tutti dopo Carlo Collodi, autore di Pinocchio.
Che lei lo conosce Pinocchio?» «Come no!» disse lo spretato «In seminario s’è studiato in terza.
Ciò fatto anche una tesina.» «Io l’ho letto quindici volte, e l’ho capito quasi tutto.
Ma continui…» «Come lei saprà, il primo poema che Omèro compose fu l’Iliade, tutto incentrato sulla guerra di Troia.
Nel secondo, l’Odissèa, si parla invece solo di viaggi e di donne: Circe, Nausicaa, Calipso, le sirene eccetera.
Non riuscivo a capire il perché di questa differenza così marcata tra gli argomenti dei due poemi.
Ecco perché chiesi quel testo al bibliotecario.
Ma dopo averlo letto, tutto mi fu chiaro.
La versione che ci fanno studiare a scuola infatti è diversa dall’originale, è stata manomessa.
La parte più importante, quella che è la chiave di tutto il poema, è stata tenuta nascosta.
Vede,» continuò «secondo me le cose andarono così.
A quei tempi le città della Grecia si trovavano spesso in lotta tra loro, e i combattimenti erano cose normali, roba di tutti i giorni.
Declamare nei palazzi la guerra di Troia, piena di battaglie e di duelli, doveva annoiare più che divertire.
Evidentemente Omèro si era accorto che l’Iliade era un poema che tirava poco.
Allora ne fece subito un altro: l’Odissèa, appunto.
Ma questa volta l’argomento era la passera, e in special modo la passera nova.
Ecco perché tutti quei viaggi e quelle donne.
Ulisse poi, da come ce lo descrive Omèro, doveva essere un gran trombatore.
Si figuri che con la ninfa Calipso ci rimase sette anni!» «Ma in quella parte che lei ha trovato che si dice?» «Chiarisce il perché di tutti quei viaggi e quelle donne.
È la chiave di tutto, gliel’ho detto.
Quei versi erano così importanti che me li trascrissi.
Li ho tradotti, naturalmente.
Se mi aspetta un minuto li vado a prendere.
Però…» aggiunse sottovoce guardandomi nelle palle degli occhi «mi raccomando: acqua in bocca! Non faccia il mio nome.
Non vorrei che mi facessero togliere la licenza dei tabacchi.
Sa, quelli…» disse indicando il campanile del vicino paese «hanno le mani lunghe.
Già fecero un casino quando seppero che mi ero fidanzato con la Vanda.
Non le dico poi quello che successe quando gli dissi che mi volevo spretare! A Roma, sulla mia nomina a vescovo, in tanti avevano puntato parecchi soldi: mi davano a un quinto!» «Non dubiti! Nessuno saprà come e da chi ho avuto queste informazioni» lo rassicurai.
Si alzò dal tavolo e andò verso la bottega.
Non stavo più nella pelle dalla curiosità.
Ritornò insieme alla Vanda.
Lui aveva una cartellina in mano, lei un vassoio con due caffè, due bicchierini e una bottiglia di grappa.
«Preferisce il caffè o un grappino?» mi chiese la Vanda.
«Tutti e due» le risposi.
Lei guardò lo spretato con aria un po’ interrogativa.
Che fosse tirchia? «La bottiglia ve la lascio?» chiese di nuovo, guardando me e poi lo spretato.
Anch’io guardai lo spretato, e lui capì.
«Sì,» disse «e lascia anche i bicchieri.» E qui bisogna riconoscere che come conoscono l’uomo i preti, non lo conosce nessuno.
Anche quando si spretano! «Ecco, guardi…» mi disse riaprendo la cartella e tirando fuori dei fogli scritti a mano.
«Questa è la parte mancante che le dicevo.
In questi fogli c’è la versione in greco, che ho ricopiato da quell’antico testo, e qui, invece, la traduzione in italiano.
Siamo nel momento in cui, finita vittoriosamente la guerra di Troia, Ulisse raduna i suoi uomini e parla loro così:

«”Ascoltate, gente mia, si sbaracca e si va via!
Di pugnare e fare a botte noi ne abbiam le palle rotte.
Urli, spinte e ciabattate, calci, sputi e anche legnate.
Se siam vivi è grazie a Marte, ma anche il culo ha la su’ parte!
Per dieci anni s’è lottato, poco o punto s’è trombato.
Finalmente or l’è finita, pronti siamo a nuova vita.
Se si torna al focolare poi ci tocca a lavorare, e le nostre mogli, tutte, saran vecchie e assai più brutte.
Ricoperti siam di gloria, or possiamo far baldoria!
Quindi io dico: andiamo in gita a goderci un po’ la vita!
Andiam tutti a ricercare pelo novo oltre il mare.
Biondo o bruno, chiaro o scuro, quello novo, ve lo giuro, più goduria ci darà.
Che s’aspetta? Ovvìa, si va?”
Così disse il prode Ulisse.
E partiron lestamente con la topa nella mente.»

Ero scioccato.
Lo spretato se n’accorse e mi versò un altro grappino.
Lo bevvi, e ne bevve uno anche lui, anzi ne bevve due perché era rimasto indietro.
«È restato a bocca aperta, eh? Glielo avevo detto che questi versi sono la chiave di tutta l’Odissèa! «È vero…» balbettai.
«Qui Omèro mette in risalto l’intelligenza di Ulisse.
Gli fa fare un figurone! E poi sono versi di una bellezza incredibile.» Avevo i lucciconi agli occhi.
«Ha capito cosa ci avevano nascosto? In questo poema di duemilacinquecento anni fa, c’è la massima esaltazione della passera! Anzi, della passera nova! Macché affanni, macché lavoro! Qui si indica la vera via maestra per l’uomo!» «Ma perché nasconderli?» domandai.
«Pensi bene al significato di quei versi! Le faccio un esempio: che secondo lei i crociati ci sarebbero andati alle crociate, se li avessero letti? No! Si sarebbero fermati prima.
Con tutto il pelo novo che trovavano, attraversando città e villaggi, c’erano bell’e arrivati in Terra Santa!» Era vero, non ci avevo pensato.
Poi chiesi: «D’accordo, al tempo poteva andar bene, ma oggi che senso ha tenerli segreti?» «Oggi ci sono, per esempio, i rappresentanti.
Anziché andare in giro per il mondo a lavorare per una ditta, magari anche tutto spesati, con quei soldi andrebbero a passera nova.
E tutti i pendolari? Se si studiasse l’Odissèa completa, mi dice quanti ne arriverebbero in fabbrica e quanti invece tornerebbero a casa? Salterebbe tutto il “sistema”.» «È capace che siano d’accordo anche con la Confindustria!» aggiunsi io.
«E il matrimonio?…» continuò lo spretato.
«Cià pensato al matrimonio? E un pilastro fondamentale per la Chiesa.
Se, come fece Ulisse, insegniamo alla gente che è meglio andare in cerca di passera nova, il matrimonio va a farsi benedire.
Chi si sposa più? No, guardi, credo che tutto cambierebbe.
Per loro, è meglio che non si sappia: sono sempre stati contrari alla passera.
Io ne so qualcosa!» Ero frastornato, ma poco a poco l’orizzonte si aprì davanti a me: ecco perché i Greci si sparsero per il Mediterraneo! Ecco perché i Romani conquistarono un impero così grande! Ecco perché Tito Livio, storico dell’Impero, aveva scritto a proposito della fondazione di Roma: Anche Romolo cercava passera nova.
A forza di cercare passera nova, i Romani conquistarono tutto il mondo allora conosciuto! Ed ecco perché poi l’Impero romano crollò: quando, con i primi cristiani, i preti, o come si chiamavano allora, presero il sopravvento, nascosero quei versi, che a poco a poco furono dimenticati.
La gente perse le motivazioni.
E i Romani persero l’impero.
Sentii un brivido, il brivido della verità.
«Ma non è finita qui!» continuò lo spretato.
«Quel bibliotecario mi raccontò di tanti altri documenti che sono stati nascosti o modificati.
Uno su tutti: lo sa cosa disse Giulio Cesare prima di morire?» «Tu quoque, Brute, fili mi! Proprio te, Bruto, figlio mio!» cercai di ricordare.
«No! Codesto è quello che c’hanno raccontato loro.
Lo scriba che seguiva sempre Cesare riporta fedelmente quello che successe.
Quando, dopo le pugnalate, tutti si accorsero che stava per morire, lo scriba stesso gli gridò: «”Oh Cesare, pronuncia una frase celebre, di quelle che servono per passare ai pòsteri!” «E Cesare, rantolando, disse: «”Ohi! Mi fa male il groppone…” È «”È troppo poco, dinne una meglio!” lo incitò lo scriba.
Allora Cesare, con un filo di voce:
SPQR!
DEFAECATIO MATVTINA EST TAMQVAM MEDICINA.
DEFAECATIO MERIDIANA NEQVE MALA, NEQVE SANA.
DEFAECATIO VESPERTINA EST MAXIMA RViNA.
«Lo scriba scosse la testa: «”Ma codesta la sanno tutti, e poi è troppo lunga.
Ci vuole qualcosa di corto ma solenne!”
«Allora Giulio Cesare raccolse tutte le sue forze e disse:
PASSERA SEMPER PASSERA EST!«
Che tradotto vuol dire: la passera è sempre la passera.
Poi, con un ultimo rantolo, morì» concluse lo spretato.
Era commosso e lo ero anch’io.
Rimanemmo in silenzio, ognuno coi propri pensieri…
Poi, all’improvviso, ebbi un lampo: «E allora, se pubblico quei versi ci sarà una rivoluzione mondiale! Sarò ricordato come Lenin o Che Guevara!» esclamai orgoglioso.
Poi, no però…
«Ma a me cosa mi faranno quelli là?» e indicai anch’io il campanile.
«Non lo so.
Lei è un laico, può darsi che non le facciano nulla.
In fin dei conti non sono poi così cattivi.
Basta, però, che ‘un abbia mai bisogno di una licenza di tabacchi, o che voglia aprire un botteghino del Lotto.
Per queste cose hanno le mani lunghe, gliel’ho detto.» Che mi fossi messo nei guai? Boh! Intanto ci bevvi un altro grappino, poi mi accesi una sigaretta.

Autore

ponzio.pilato.tablet@gmail.com