Cos’è un barbiere? È , prima di tutto, un grande artista.
Con le sue mani e pochi strumenti riesce a trasformare facce da galera con barbe irsute in volti angelici da cherubini, pelacci ribelli con stizze al tritolo, in morbidi capellini da fidanzato in casa, dilaganti calvizie in chiome fluenti da sessantottino.
Già per questo è un personaggio indispensabile e benemerito.
Ma quello che lo rende insostituibile è la sua grande capacità di immagazzinare notizie, nozioni e confidenze dei clienti.
Quando si è seduti sulla sua poltrona, con l’asciugamano avvolto intorno al collo che tutto ci copre, la testa, simbolicamente dimentica del corpo, libera i pensieri.
Tra sforbiciate ritmiche e pennellate di candida schiuma, le confidenze più gelose e segrete si mescolano a svolazzi di borotalco.
Il libero pensiero sgorga irruente e puro attraversando argomenti vitàli: lo sport, la politica, la scienza, la passera.
È in questo ambiente, terra di nessuno e di tutti, che ognuno parla, discute e insegna: il cameriere, il professore, il benzinaio, il geometra, il trombatore.
Il barbiere diventa così un contenitore umano di sapienza, una fonte inesauribile di cultura: sa tutto, di tutto e di tutti.
Per il suo immenso valore storico, sociale e pedagogico, raggiunta l’età della pensione andrebbe collocato nelle biblioteche per poterlo consultare alla bisogna.
Ero giunto, per via di questo libro, da uno di questi barbieri, caposaldo di nuove e futuriste acconciature.
I suoi tagli di capelli a zeppa, a gianduiotto, di bolina, il mezzo rovesciato e quello al carpione lo ponevano all’avanguardia della sua categoria.
Ma dove eccelleva veramente era nel taglio flambé con la chiarata.
Lo realizzava usando la fiamma di una candela invece delle forbici, poi sbattendo un chiaro d’uovo e frizionandoci i capelli.
Dopo una mezz’ora, se non se lo ricordava lui glielo ricordava il cliente, li lavava con uno shampoo alle erbe.
Il tutto, diceva, rinforzava i capelli.
Era diventato il punto di riferimento di tutti i trombatori della zona, e considerato nella Val dinievole il più grande esperto di passera «per sentito dire».
Era stato proprio un trombatore di Buggiano a raccomandarmelo per eventuali consultazioni.
Bene, quello che lui aveva saputo da un suo compaesano, emigrato a Parigi dove aveva cominciato come barbiere e poi, su, su, era andato a insegnare la Storia di Pinocchio alla Sorbona, non solo era clamoroso, ma gettava una nuova luce sia sulla passera che sulla Campagna di Napoleone Bonaparte in Egitto.
Fino a quel momento si credeva infatti che a scoprire la passera fossero stati quelli di Massa e Cozzile.
Qui ora io salto tutti i convenevoli, le presentazioni, i due grappini e passo subito a riferirvi quello che lui, il barbiere, mi raccontò: «Sul finire del 1700, alcuni studiosi francesi trovarono fra delle vecchie carte uno scritto in latino che, tradotto in italiano, a un certo punto recitava così: Il professor di lettere, studiando storia antica, scoprì sulle piramidi l’impronta di una fica… «La notizia ebbe vasta eco nel mondo accademico.
Il Direttorio, che comandava in Francia dopo la rivoluzione, fu sollecitato a far luce su quanto scoperto, anche perché, a quei tempi, dell’Egitto e delle piramidi si sapeva poco o nulla.
«Fu così che, in una delle solite riunioni, si decise di approntare una spedizione militare con al seguito studiosi di storia, geografia e antiquariato in genere.
Si pensò anche di ingaggiare tre o quattro trombatori, veri esperti di passera.
«Sorse però un problema quando si trattò di decidere a chi dare il comando.
Nessuno dei Direttori del Direttorio ci voleva andare per paura che, lasciando la poltrona, al ritorno la trovasse occupata da qualcun altro.
«”Ci vo io!” esclamò una voce.
«I Direttori del Direttorio si guardarono intorno, ma non videro nessuno.
«”Io chi?” chiesero in coro.
«”Io!” rispose quella voce.
«Allora guardarono in basso… e lo videro.
Era un omino piccino con delle gambettine corte corte, tanto che i due stivalini che calzava, uno destro e uno sinistro, gli facevano anche da pantaloni.
Erano verniciati di nero fino agli stinchini, e da lì in su erano bianchi.
Addosso portava una giubbina blu scuro.
Teneva un braccio piegato dietro la schiena e l’altro davanti, con la mano infilata nella giubbina.
In testa aveva un cappello nero come quello di Arlecchino, ma nel centro del copricapo invece del batuffolo di cotone, ciaveva una “N” dipinta col porporino.
I Direttori del Direttorio si guardarono sbigottiti.
«”T’avevo detto di chiudere la porta!” disse il primo Direttore del Direttorio al secondo Direttore del Direttorio.
«'”Unn’ero mia l’ultimo!” replicò il secondo Direttore del Direttorio “L’ultimo era lui.” E indicò il terzo Direttore del Direttorio.
«”Che ciai dietro la schiena?” domandò il quarto Direttore del Direttorio a quell’omino.
«”Che ciai dentro la giubba?” domandò il quinto Direttore del Direttorio.
Erano sospettosi e temevano che fosse un attentatore.
«”Nulla” rispose quell’omino.
«”E allora perché tieni le mani lì?” «”Perché non ciò le tasche.
Non me le potevano mica fare negli stivali!” ribatté quell’omino indispettito.
«”Lo vedete che non cia neanche i pantaloni!” esclamò, tirando un sospirone di sollievo, un Direttore del Direttorio, che ora non mi ricordo più quale fosse.
«”Girati un po’” gli ordinò un altro Direttore del Direttorio, uno a caso.
«”Tanto non mi si vede nulla, ciò le code!” fece l’omino.
Difatti dalla giubbina scendevano giù due codine tipo frac.
«”Ma le mutande ce l’hai?” «”Sì che ce l’ho! Le volete vedere?” «”No, perbacco! Piuttosto, chi sei? Come ti chiami?” «”Sono il Generale Napoleone Bonaparte!” declamò l’omino tutto fiero.
Tutti i Direttori del Direttorio si guardarono in faccia l’un l’altro con gli occhi sgranati.
Uno di loro domandò stupito: «”Generale te? O come hai fatto a diventare Generale?”.
«”Mi sono distinto in battaglia!” rispose impettito, si fa per dire, Napoleone Bonaparte.
«”E come hanno fatto a distinguerti in battaglia fra tutti quei soldati, se noi non ti si è visto neanche entrare in questa stanza?” chiese un Direttore ecc.
ecc.
«”Ero a cavallo!” precisò lui.
I Direttori ecc. ecc. rimasero pensosi.
Poi uno di loro lo interrogò: «”E te vorresti comandare la spedizione e andare in Egitto? Che referenze hai?” «”Ho fatto la Campagna d’Italia.” «”Ah! Eri te quel Napoleone lì?” «”Sì, ero io.” «”Bravo! In fondo è un po’ Africa anche quella.
Ma te ne intendi di passera?” «”Mi è sempre piaciuta, fin da ragazzo.
Perché?” chiese facendo finta di non sapere nulla.
«”Perché quello che devi fare, una volta arrivato in Egitto, è salire sulle piramidi, cercare una passera e, possibilmente, portarla qui.
Te la senti?” «Napoleone Bonaparte annuì.
“E voi che ne pensate? Ci si potrà fidare?” domandò quel Direttore del Direttorio agli altri ecc.
ecc.» A questo punto del racconto del barbiere, bisogna che io vi spieghi chi era Napoleone Bonaparte, che per comodità d’ora in poi chiamerò solo Napoleone.
Era nato ad Ajaccio, in Corsica, anche se sua madre avrebbe voluto partorire a Massa e Cozzile, ma quel giorno c’era il libeccio e la nave non potè partire.
Fin da piccolo, come età intendo, gli piaceva giocare alla guerra con gli amichetti e ai dottori con le amichette.
Fu proprio il fratello di una di queste bambine, un baccellone lungo e bischero, che sorprese lui e la sorellina col coso nella mano e la mano nella cosa.
Se lo abbia fatto per vendicare l’onore di famiglia o per rabbia perché nessuna delle bambine, tanto meno la sorella, gli cosavano il coso, non si sa.
Fatto sta che da quel giorno il baccellone tenne la mano sulla testa di Napoleone, impedendogli così di crescere.
Fu così che rimase piccolo.
Però la passera gli continuò a piacere.
Aumentando l’età, gli aumentò anche la voglia di passera nova.
Imparò a infilarsi, senza farsi notare, sotto i gonnelloni di signore compiacenti, anche mentre stavano passeggiando o facendo salotto, e in poco tempo conobbe le migliori passere di Parigi.
Nel frattempo aveva frequentato la Scuola Militare ed era entrato nell’esercito.
In seguito si sposò con una vedova, una certa Beppina.
Lei non era proprio una gran bellezza, ma lui la apprezzava per le sue qualità immorali.
Quando Napoleone seppe di questa passera egizia, fu subito curioso di provarla.
Andò allora dal Direttorio per avere il comando della spedizione.
Ed è qui che l’abbiamo trovato.
Ma ora torniamo al racconto del barbiere.
«I Direttori del Direttorio parlottarono un po’ fra loro, poi: «”Mi sembra l’omino giusto!” disse uno di loro, gli altri annuirono.
«”Allora è fatta! Ci vai te!” I Direttori, contenti della soluzione trovata, salutarono Napoleone e si rimisero a giocare a carte.«Da quel momento cominciò la Campagna d’Egitto.
Qui salto tutti i preparativi, le valigie, e il viaggio per mare.
«Sbarcati che furono, cominciò il lungo cammino verso le piramidi.
Napoleone era in testa a cammello di un cammello, al lato sinistro c’erano i trombatori, al lato destro gli scienziati e dietro l’esercito…» «Come sarebbe a dire che Napoleone era a cammello di un cammello?» chiesi stupito.
«Per fare il ganzo! Nei quadri si vede che va a cavallo di un cavallo bianco, ma in realtà andava a cammello di un cammello.
Che poi non era un cammello ma un dromedario, perché in Africa ci sono i dromedari, mentre i cammelli sono in Asia.
Ma siccome tutti, ma proprio tutti, i dromedari li chiamano cammelli, anch’io dirò che andava a cammello di un cammello.» «E se non andava neanche a cammello di un cammello, ma a dromedario di un dromedario, di che colore era il dromedario?» domandai incuriosito.
«Lei non ci crederà, ma il dromedario era color cammello! » «E poi?» chiesi.
«Dopo quattro giorni di marcia nella sabbia Napoleone, un po’ stupito, si fermò e voltatosi verso l’esercito disse: «”Però… che spiaggia!”.
E l’esercito, guardandosi intorno, rispose: «”Però!…”.
«E avevano ragione, l’Egitto è proprio tutta spiaggia: lunga e larga che non si trova la fine.
Me lo disse il mi’ babbino.
Lei c’è stato in Egitto?» mi chiese il barbiere.
«No» risposi.
«Neanch’io.
Però c’è stato il mi’ babbino: cia fatto tutta la seconda guerra mondiale.
Cinque anni.
Lo misero di sentinella a un pozzo d’acqua in mezzo a tutta quella rena, lontano centinaia di chilometri da qualsiasi città.
C’erano solo due o tre palme per stare all’ombra.
Poi, dopo poco, l’esercito italiano s’arrese e furon presi tutti prigionieri dagl’inglesi.
Il mi’ babbino se lo scordarono, gl’inglesi non sapevano nulla e lui è rimasto cinque anni a far la guardia a quel pozzo…Diceva: “O quando mi daranno il cambio? O che turni lunghi mi fanno fare?…”.
Poveruomo, cinque anni ci rimase…» Era commosso, il barbiere.
«E per mangiare? Come faceva?» «Quando finì le razioni mangiò i datteri di quelle palme.
Per cinque anni ha mangiato datteri e per cinque anni ha avuto la diarrea.
E non ciaveva neanche la carta! Ogni tanto passava una carovana di beduini e qualche volta, per pietà, gli davano un po’ di formaggio.
Ma era dura lo stesso.» «E poi cinque anni senza passera!» esclamai.
«Già! Cinque anni senza passera.
E pensare che i datteri, oltre a essere lassativi e a fare infiammazione, sono anche afrodisìaci! «E Napoleone e l’esercito come se la cavarono in mezzo a tutta quella rena?» gli chiesi.
«A loro, per il mangiare, andò meglio.
Ma patirono tanto il caldo! Giorni e giorni sotto quel sole rovente, senza un filo d’ombra, senza trovare una palma! La notte poi, attirate dal sudore, arrivavano nuvoli di mosche, tafani, zanzare e pitignoni che si avventavano su quei corpi stanchi mordendo e pinzando senza pietà.
«E qui bisogna dire che Napoleone era proprio amato dai suoi soldati.
Non che ci fosse del sesso, quello no! Però gli volevano bene e l’avrebbero seguìto ovunque.
La marcia continuò sempre più faticosa e a Napoleone, nonostante la voglia di quella passera nova, l’Egitto cominciò a stare un pochino antipatico.
Erano così sudati, sudici e puzzolenti, che quando incontrarono una carovana di mercanti arabi i cammelli vomitarono tutti.
«Finalmente, una sera, arrivarono alle piramidi.
Erano sfiniti, ma la vista di quei monumenti e la curiosità di trovare quella famosa passera riempirono di gioia tutti quanti.
Il mattino dopo Napoleone radunò i suoi uomini e annunciò: «”Ragazzi, qui la situazione è dura, vediamo di starci il meno possibile.
Dividetevi in gruppi e salite da ogni lato sulle piramidi.
Quello che dovete fare è trovare una passera, di quelle col pelo intendo.
Andate e buona fortuna”.
«I soldati cominciarono ad arrampicarsi sui gradoni delle piramidi esaminandoli centimetro per centimetro.
Passarono alcuni giorni durante i quali ci furono parecchi falsi ritrovamenti.
Quando si trattava di un buco naturale, quando di una roccia sbreccata, quando di una semplice cacca di un qualsiasi uccellaccio.
«Napoleone era sempre più sudato e pinzato dagli insetti, e nonostante fosse arrapato all’idea di quella passera, cominciò a odiare l’Egitto.
Alla fine radunò i suoi uomini e, alzatosi in piedi, chiese: «”Ma l’avete mai vista una passera?”.
Chi rispose di sì e chi rispose di no.
A Napoleone s’abbassò la pressione e di conseguenza anche l’arrapamento.
Dovette sedersi.
Chiamò i trombatori che aveva al seguito e gli ordinò di fare un corso accelerato sulla passera ai soldati.
«”Diamoci da fare, porca maremma, ‘un si po’ mia torna’ a mani vote!” disse.
Dopo il corso accelerato ripresero le ricerche.
«Finalmente, un pomeriggio di qualche giorno dopo, un caporale che era arrivato in cima a una piramide gridò: «”L’ho trovata! L’ho trovata! È quassù!”.
«Accorsero i soldati e accorsero gli studiosi, poi accorse, ma più lentamente per via delle sue gambettine, anche Napoleone.
I soldati erano contenti, gli studiosi erano felici, e anche Napoleone era emozionato.
Si fece largo tra i soldati, arrivò dove stavano gli studiosi e chiese: «”Dov’è?”.
«”È qui” rispose un professore che, con un permellino, puliva la punta della piramide.
Napoleone si chinò e guardò.
Lì, sulla nuda roccia, scolpita in bassorilievo, c’era la “passera”.
La famosa “passera” di cui si parlava in quella vecchia carta! «Napoleone, perplesso, la guardò.
Le girò intorno e la riguardò.
Poi, sfilatosi il guanto destro, la toccò.
Infine s’inginocchiò, socchiuse gli occhi, e, nel silenzio assoluto, l’annusò.
Tutti trattennero il respiro.
Dopo alcuni interminabili secondi, Napoleone si rialzò e disse: «”Un sa di nulla!”.
«”Per forza,” mormorò uno dei trombatori che era accorso lì “a stare all’aria è svanita!” «Napoleone guardò il trombatore, poi si voltò verso gli studiosi e, indicando la passera con un dito, chiese stupito: «”È tutta lì?”.
«”Sì,” risposero gli studiosi “è tutta qui.” «”Come?” proseguì Napoleone.
“Io mi sarei fatto tutta questa sgropponata da Parigi a qui, mi sarei preso le pinzature di milioni di zanzare e di tafani, per questa passera che è rinsecchita e ‘un sa di nulla?” «”Non è rinsecchita!” disse indignato uno degli studiosi.
“È stata scolpita! E se l’hanno scolpita proprio sulla punta della piramide, vuol dire che per loro era importante! Questo dimostra che gli antichi Egizi non solo conoscevano l’uso della passera, ma l’avevano eletta anche a oggetto di culto e come tale l’adoravano.
È una scoperta che getta una nuova luce sulle abitudini di questo antico popolo.
Fino a oggi s’era creduto che la passera l’avessero scoperta quelli di Massa e Cozzile!” «”Ora bisognerà riscrivere tutta la storia della passera partendo dagli Egizi!” esclamò emozionato un altro studioso.
«”Me ne frego degli Egizi! E anche di quelli di Massa e Cozzile!” urlò Napoleone col viso paonazzo dalla rabbia e dalle pinzature.
A questo punto l’Egitto gli stava proprio sui coglioni.
“Io so che da quando sono sbarcato ho patito di tutto.
Quella maledetta spiaggia con tutta quella rena! Il caldo! Le pinzature! E tutto questo per scoprire che la passera che si cercava era di sasso! Prendete tutto quello che volete, ma domattina vi voglio pronti: si torna a casa! E mai più e mai poi voglio sentir parlare dell’Egitto, né di spiagge, né di qualsiasi altro posto dove ci fa caldo e c’è la rena.
Quest’altra volta, se ci sarà un’altra Campagna, si va in Russia, almeno là c’è fresco!” «E mentre ridiscendeva la piramide, saltando a pie pari di gradone in gradone con quelle sue gambettine corte, borbottava: «”E pensare che a casa c’è la mi’ Beppina con la passera di ciccia, e io, invece, sono venuto quaggiù a fare il bischero per una passera di sasso!”.
«Questa è la vera storia della Campagna di Napoleone in Egitto» concluse il barbiere.
Ero rimasto sorpreso da questo racconto, ma anche emozionato.
Così era nata l’archeologia moderna e Massa e Cozzile aveva perso il suo primato.
C’ero rimasto un po’ male.
Per il mio libro, invece, rappresentava una chicca e io ve l’ho riportata pari pari.

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ponzio.pilato.tablet@gmail.com