Falsa Testimonianza

Non dire falsa testimonianza se puoi farne a meno

ossia mentire dicendo il vero
Non si deve credere al diavolo nemmeno quando dice la verità.
San Tommaso d’Aquino
Perché mentire, quando è più facile lasciare che le persone ingannino se stesse? Perché creare complicati tranelli, quando è sufficiente lasciare che la mente imbocchi da sola la strada dell’errore e la segua fino in fondo? Molte manipolazioni mentali sono prodotte dalle vittime stesse, cosicché l’impostore di turno può proclamare la sua innocenza. E, ovviamente, nel farlo non mente…

Dare a intendere

Ciascuno di noi ha più a cuore se stesso di qualsiasi altra persona; di conseguenza tutti desideriamo rimanere in vita il più a lungo possibile.
Giocando sulla nostra aspirazione a vivere a lungo, i pubblicitari si premurano caritatevolmente di informarci che il tale prodotto è Clinicamente testato oppure che esso è stato Sottoposto a test di laboratorio.
Sono parole rassicuranti. Possiamo stare tranquilli? Non esattamente.
Anche concedendo che i test siano stati effettivamente condotti, tutto ciò che sappiamo è che, appunto, i test sono stati effettivamente condotti: ma che cosa hanno dimostrato questi test? La scritta sulla confezione del prodotto non lo dice.
Comperando quel tale profumo, comperiamo anche l’illusione che non sia un prodotto dannoso per la salute o per l’ambiente, ma, a ben vedere, l’unica cosa che ci viene detta è che qualcuno si è incaricato di vedere se il profumo fosse dannoso oppure no. Se è dannoso, è pensabile che ne saremo informati? Chi comprerebbe un profumo reclamizzato così: «Testato clinicamente. Metà dei soggetti sottoposti ai test clinici hanno sviluppato una dermatite, e un quarto è risultato allergico »? Al gusto di cioccolato Quando un prodotto viene definito al gusto di cioccolato la nostra mente curiosamente sorvola sulle prime tre paroline: quasi nessuno si rende conto che quello che sta gustando è, appunto, il gusto del cioccolato, e non il cioccolato. È un’astuzia abbastanza veniale, perché l’intera faccenda del gusto è una colossale impostura ordita da madre natura: anzitutto non gustiamo con la bocca, come verrebbe spontaneo pensare, ma con il naso. In secondo luogo, se sappiamo che cosa stiamo mangiando immaginiamo di sentirne il gusto, ma se ignoriamo che cosa sia il boccone che stiamo masticando è molto difficile che lo scopriamo. Infine, «l’occhio vuole la sua parte»: uno stesso alimento ci risulterà molto più gradito quando sarà stato presentato con cura anche sotto il punto di vista… della vista! Insomma, sentire il gusto è una faccenda molto illusoria. Chi può biasimare a questo punto quei pubblicitari che confidano nella nostra cronica disattenzione per le paroline, e fanno passare per cioccolato ciò che è solo un suo surrogato? Verità non richieste Finalmente una bella notizia: i biscotti Dulcamara non contengono nitrati.
I nitrati, infatti, non fanno bene alla salute, ma purtroppo sono presenti in molti alimenti: per fortuna non ci sono nei pasticcini e nei biscotti Dulcamara; li preferiremo quindi agli altri.
Alla prova dei fatti risulta che è perfettamente vero: non c’è traccia di nitrati in quei biscotti, nemmeno a cercarli con i laboratori della NASA.
La pubblicità, dunque, non mente. Oppure sì? Il punto è questo: perché mai nei biscotti dovrebbero esserci nitrati? In realtà, nessun biscotto contiene nitrati (almeno si spera). La frase poteva essere completata così: Questi biscotti non contengono nitrati. A essere sinceri neppure gli altri biscotti ne contengono, e se volete saperla proprio tutta, non contengono neanche fosgene, uranio radioattivo, ali di pipistrello, il batterio della peste e milioni di altre cose dannose alla salute.
Se la confezione dei biscotti Dulcamara fosse stata questa, avrebbe vinto il premio per la pubblicità più onesta. Ma noi, forse, l’avremmo lasciata sullo scaffale.
L’espediente qui usato è mentire _ dicendo il vero. Quello che si sottintende è: la sostanza di cui si dichiara l’assenza è veramente assente, ma lo è anche in tutti i prodotti della concorrenza; inoltre, anche, molte altre sostanze, dannose, sono assenti (e non c’è nessun motivo per cui dovrebbero essere presenti).

La scoperta dell’acqua calda

Uno stratagemma speculare al precedente si trova nella pubblicità di alcune acque minerali, che sono reclamizzate così: facilita la diuresi.
«Diuresi» significa fare pipì. Tralasciando il fatto che l’uso di parole dal significato oscuro è già una manovra subdola, va notato che anche in questo caso l’etichetta dice, effettivamente, il vero: bere quell’ acqua facilita davvero la produzione di pipì. Ma anche questa volta c’è un tranello.
In realtà questa affermazione non è altro che una chiara, fresca e dolce ovvietà: sì, quella particolare acqua minerale facilita la diuresi ma lo fa perché è acqua, non perché è quell’ acqua piuttosto che un’altra.* * Esistono acque con concentrazioni particolari di alcune sostanze che facilitano la diuresi più dell’acqua di rubinetto, ma non è detto che l’acqua che viene reclamizzata così sia proprio un’acqua di questo tipo.
La nostra mente ha completato la frase propinataci dai pubblicitari, trasformandola in: facilita la diuresi -> a causa di qualche sua caratteristica che altre acque non hanno.
Il trucco usato sta tutto qui: il prodotto ha veramente le caratteristiche dichiarate, ma ce l’hanno anche tutti i prodotti della concorrenza.
Embè ? Sulla confezione del dentifricio Transilvanix è stampigliato: Contiene estratto di cocciniglia.
È proprio vero: l’estratto c’è, lo ha confermato un laboratorio di fiducia (a proposito: di nostra fiducia. Mai fidarsi delle frasi fatte…). Appurato che l’estratto c’è, procediamo a verificare che questo prezioso estratto non sia contenuto in tutti i dentifrici; scopriamo che non è così: il dentifricio Transilvanix è veramente l’unico sul mercato a contenere il prezioso ingrediente. A questo punto, potremmo decidere di comperarlo: finalmente una pubblicità non sospetta! Invece anche questa volta c’è un inghippo: che cosa ci fa l’estratto di cocciniglia in una pasta dentifricia? In effetti, non ci fa nulla. Non ha alcun potere disinfettante, né pulente, né rinfrescante, né tensioattivo, né sbiancante; in pratica, non ha alcun potere a parte colorare un po’ la pasta. Eppure, il fatto di avere dichiarato ad alta voce che il quel dentifricio c’è quella sostanza, ha fatto sì che implicitamente noi formulassimo un lungo sentiero di pensieri, che ci ha portati alla conclusione che l’estratto di cocciniglia ha a che fare con la cura dei denti. Altrimenti, perché dovrebbero reclamizzarlo così? Ecco il ragionamento indotto dalla frase Transilvanix è un dentifricio — dichiarano che contiene la sostanza X: la sostanza X fa bene ai denti.
Se dire che i pasticcini non contengono nitrati fa pensare che avrebbero potuto contenerli, dire che il dentifricio contiene cocciniglia fa pensare che la cocciniglia sia utile. In questo caso, dunque, il trucco è: la sostanza reclamizzata c’è davvero, ma anche se non ci fosse il prodotto avrebbe le medesime caratteristiche.

Non basta

Nel settore dei farmaci e dei prodotti «per la salute », la fantasia degli addetti alla pubblicità si sbizzarrisce attorno al fertile tema contiene X dove X, contenuta nel prodotto (sia esso farmaco, integratore, ricostituente, pappa, cosmetico, vitaminico, bilanciatore, sostitutivo eccetera), è una sostanza molto nota: vitamina C (o qualsiasi altra), sali minerali, aminoacidi, principi attivi, estratti di alghe o piante, antiossidanti e così via.
In effetti questi elementi preziosi sono realmente presenti nel prodotto.
Resi edotti delle trappole della comunicazione, esaminiamo tutto con attenzione e troviamo che: gli altri prodotti della concorrenza non contengono tali sostanze, la sostanza X non è presente in tracce trascurabili ma in quantità cospicue; tale sostanza (a differenza dell’estratto di cocciniglia) è davvero utile agli esseri umani (in effetti le vitamine sono indispensabili, gli antiossidanti contrastano molte malattie e l’invecchiamento cellulare, senza minerali non si può vivere, e via di questo passo). Eppure, nonostante tutto questo, siamo stati ingannati ancora una volta.
Infatti:

  1. molte di queste sostanze vengono normalmente introdotte nella dieta di qualsiasi persona dell’emisfero occidentale che abbia sufficiente danaro da recarsi qualche volta in una farmacia;
  2. alcuni di questi elementi agiscono nell’organismo solo se vengono introdotti allo stato naturale, e non sotto forma di molecole sintetizzate in laboratorio e veicolate da eccipienti o altro;
  3. spesso le dosi contenute nei prodotti in commercio sono eccessive rispetto alla dose richiesta dall’organismo. Questo non significa che i prodotti siano dannosi; semplicemente, la dose in eccesso viene eliminata dall’organismo senza che sia stata impiegata in alcun modo.

Il trucco questa volta è: la sostanza effettivamente c’è, ma in quella forma è inutile o è utile solo in parte.
Alcuni pubblicitari, più scrupolosi, aggiungono la precisazione X aiuta a… (tenere attivo il cervello, contrastare la caduta dei capelli eccetera).
In questo modo nessuno potrà mai dire che l’affermazione è menzognera: il prodotto, non rallenta la caduta dei capelli, ma aiuta a farlo. Dimostrare il contrario è quasi impossibile: se i capelli non sono ricresciuti, non è certo colpa di un prodotto che aveva solo lo scopo di aiutare i processi che dovrebbero aiutare i capelli a ricrescere.
Ancora meglio fanno quei messaggi che recitano: può aiutare a…
il che costituisce un’ulteriore protezione preventiva contro l’accusa di avere millantato proprietà inesistenti. ‘Può aiutare: ma non è detto che lo faccia.

Sottigliezze

Nessuno lava più bianco di me! dichiara fieramente la pubblicità di un detersivo.
Se non è vero, siamo in presenza di una semplice bugia: una menzogna bella e buona, ossia l’affermazione di una cosa che non corrisponde al vero. In questo caso l’annuncio non ci interessa: in questo libro non ci occupiamo delle bugie dirette, ossia delle tante menzogne che le persone ci propinano (come noi le propiniamo loro) semplicemente sostenendo che ciò che è nero è, invece, bianco (spesso, peraltro, la bugia diretta è un’arma spuntata: ci fa dubitare del suo contenuto e ci spinge a una verifica che chiude la faccenda).
Ma se dimostriamo che quel detersivo è in effetti così potente, tanto che nessun altro prodotto sul mercato lava meglio di lui, l’affermazione è degna di fede? Possiamo fidarci? Ci stanno dicendo la verità? Proviamo per un attimo a considerare megliola questione. «Nessun detersivo lava più bianco di me » è una frase impegnativa.
Potremmo sospettare che non sia vera. Eppure le associazioni a difesa del consumatore, assieme ai migliori laboratori merceologici e chimici, hanno stabilito che è proprio vero: non esiste nessun prodotto di questo tipo che sia in grado di ottenere prestazioni migliori. Sembra che questa volta sia tutto in ordine. Eppure non è così.
Il punto è: esistono prodotti in grado di ottenere prestazioni uguali a quelle ottenute dal nostro campione? Il trucco usato dai pubblicitari è ingegnoso: si afferma una verità. ma si omette di completarla con affermazioni che ne limiterebbero il significato. La frase corretta sarebbe stata: «Nessun detersivo lava più bianco di me, anche se almeno altri cento detersivi lavano bianco quanto me ». Se si omette questa seconda parte, la nostra mente conclude che solo quel detersivo è in grado di fornire quelle prestazioni. Naturalmente questo non è mai stato detto esplicitamente: nessuno potrà biasimare il venditore per un acquisto fatto sulla scorta di una conclusione che noi abbiamo fatto. L’abbiamo comperato? Potevamo stare più attenti… alle parole! Verità incomplete La signora Rossi sta rigirando il sacchetto tra le mani, attratta da questa scritta sulla confezione: Questi cracker non contengono colesterolo.
Alla fine comperai cracker, e, tornata a casa, li sgranocchia felicemente: la coscienza è tranquilla e rappacificata con il mondo della medicina.
Ammettiamo che anche questa volta la dicitura corrisponda al vero, che con qualche sofisticato procedimento industriale i produttori del cracker l’abbiano fatto uscire dalla fabbrica senza una molecola di colesterolo e si siano affrettati a farlo sapere a tutti (le persone preoccupate per il contenuto di grassi nel proprio sangue sono centinaia di milioni).
Anche questa volta, però, c’è un inganno. Il cracker, infatti, appena introdotto nella bocca si scinde in molecole di zucchero, com’è abitudine di tutti i carboidrati (carboidrati è la parola con cui gli scienziati chiamano gli zuccheri); poco dopo, una parte diqueste dolci molecole si trasforma a sua volta in qualcos’altro. Indovinate in che cosa? Esatto: proprio il temuto colesterolo. Ecco che la rassicurante dicitura stampata sul sacchetto dei cracker si è tramutata in una trappola: non è vero che mangiando quei cracker non aumenta il tasso di colesterolo nel sangue (infatti, questo, nessuno lo dice); è vero solamente (come appunto recita la scritta sul sacchetto) che nei cracker non c’è colesterolo. Di quello che accade dopo, nell’organismo di chi li mangia, i produttori di cracker e i pubblicitari non si curano. Il loro compito si esaurisce nel dire quello che è vero al momento dell’acquisto (e fino allo spuntino della signora Rossi): il prodotto è, effettivamente, senza colesterolo. Nessuno potrà mai dimostrare il contrario.
Se fossero messe in vendita pillole di peperoncino concentrato accompagnate dalla scritta: «Attenzione. Non somministrare al di sotto dei dodici anni », nessuno sarebbe così sprovveduto da suggerirne l’impiego a ragazzini di tredici anni oppure, poniamo, alla suocera o al capoufficio (forse l’esempio non è dei migliori). Eppure il meccanismo è lo stesso del caso visto sopra; ma nel caso dei cracker non scatta.
Lo stratagemma utilizzato questa volta è: la sostanza non c’è… (ma fra poco ci sarà), ossia dire metà della verità e tacere la restante metà. Funziona sempre. Così è fatta la nostra mente, questo è il nostro modo di ragionare.

Sentieri sdrucciolevoli

Tutto ciò che state per leggere è vero.
Esiste un potentissimo solvente chimico che ha le seguenti proprietà: se impiegato in dosi anche minime (meno di un centimetro cubo) può danneggiare un elettrodomestico in modo irreversibile, evapora a temperatura ambiente diffondendosi silenziosamente nell’ambiente domestico, è stato rinvenuto nel 99% delle cellule tumorali, viene usato nelle centrali nucleari e nelle industrie che producono armi chimiche, è un prodotto necessario alla realizzazione di armi batteriologiche, viene distribuito nelle basi militari della NATO attraverso condotti sotterranei ramificati e complessi al cui controllo sono deputate strutture governative, se assorbito dall’organismo umano passa la placenta e filtra nel latte materno, è ustionante alle alte temperature. Infine, e questo è il punto cruciale, questa sostanza chimica viene ancora oggi utilizzata nella preparazione di prodotti dolciari destinati all’infanzia da più di venti multinazionali dell’alimentazione.
Proibireste l’uso di questa sostanza? Se sì, sappiate che rendereste la vita molto complicata ai produttori di biscotti: impedireste loro di usare l’acqua.
Questa temibile sostanza chimica, infatti, non è altro che la chiara, fresca e dolce acqua: una sostanza che effettivamente possiede tutte le proprietà e tutte le caratteristiche sopra menzionate. Certo, ne possiede anche molte altre, e molte di quelle riportate potevano essere descritte in modo diverso (per esempio, si poteva dire banalmente che la sostanza veniva portata nelle caserme — e in tutti gli altri edifici occidentali — con il sistema dell’acquedotto, oppure che il suo impiego non era confinato alla sola industria chimica ma a tutte le industrie, e che qualsiasi sostanza è ustionante ad alte temperature), ma noi volevamo spaventarvi.
Ci siamo riusciti? In questo caso, dovrebbe spaventarvi di più constatare quanto sia facile indurre la nostra mente in errore: in fin dei conti, se fosse stato per voi, l’industria dolciaria per l’infanzia sarebbe stata mandata rapidamente in crisi…

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