Non Uccidere

Non uccidere: limitati a dire

ossia quando le parole fanno le cose Ama il tuo prossimo. Non questo: il prossimo.
Le parole creano le realtà. Usando le parole nel modo giusto possiamo creare le realtà che meglio ci aggradano, e indurre gli altri a fare ciò che vogliamo. Finché solo pochi ne saranno consapevoli, l’idea che viviamo in un mondo libero continuerà a essere un’illusione.

Il nome della roba

Sulle parole si basano le relazioni tra persone, si fondano le società, si stabiliscono le sorti di milioni di individui. Questo potere magico del linguaggio, naturalmente, viene usato anche per controllare il comportamento delle persone. Uno dei modi più semplici ha a che fare con una bizzarra proprietà del linguaggio: una stessa realtà.
descritta con parole differenti. ci fa avere impressioni diverse o addirittura opposte.
Se la televisione parla di «fuoco amico », sta dicendo che i nostri soldati sono stati ammazzati per errore dai nostri soldati: ma la nostra mente crea un’immagine innocua (fuochi d’artificio sulla spiaggia, o magari il tepore di un falò alla sera in un bivacco alpino…). Se il giornale parla di «conflitto a bassa intensità» sta dicendo che pochi (!) esseri umani hanno cessato per sempre di vivere: ma nella nostra mente a malapena, forse, si forma 1′ immagine di una fiacca sparatoria come quelle viste al cinema. Se la radio parla di «operazione» sta dicendo che soldati hanno ammazzato altri soldati (nella migliore delle ipotesi), e non che in un’infermeria da campo un medico sta suturando una ferita superficiale.
Un tempo i medici militari italiani usavano tre diagnosi diverse per indicare la stessa malattia (un’ infestazione parassitaria): «dermatosi» quando a soffrirne erano gli ufficiali, «scabbia» quando toccava ai sottufficiali, semplicemente «rogna» quando a grattarsi erano i soldati di truppa.

Dettagli

Le armi invisibili nell’arsenale del persuasore sono molte.
Si confrontino queste domande, poste ai testimoni di una rapina in banca: Quando è entrato nella banca, Billy the Kid aveva una pistola? Quando è entrato nella banca, Billy the Kid aveva la pistola? Alla prima domanda («una pistola») risponde «Non so» un numero doppio di testimoni rispetto alla seconda («la pistola»): la parolina una» insinua incertezza, mentre la parolina «la» instilla certezza. Ma c’è di più: nel caso in cui non ci fosse stata affatto alcuna pistola, alla seconda domanda (o la pistola») il numero di persone che risponde «sì» è doppio rispetto alla prima («una pistola»).
Questo risultato sconcertante dipende dal fatto che le due domande attivano nella mente dei testimoni rappresentazioni differenti dell’evento che si chiede loro di ricordare: nella prima versione, l’articolo «una» suggerisce che chi domanda non sa se la pistola ci fosse ,o meno, mentre nella seconda versione l’articolo «la» suggerisce l’idea che chi domanda sia già al corrente che Billy possedeva effettivamente una pistola.
Qualcuno crede ancora che gli uomini politici parlino a braccio? Paroline innocenti Nella nostra lingua esistono paroline umili, semplici e apparentemente innocue: le congiunzioni «e» , « ma », «se» , « sebbene », «mentre» e altre. Meglio non fidarsi: non sono inoffensive come sembrano; anzi, il loro aspetto innocente nasconde uno straordinario potere di influenzamento. Basta infatti sostituire una di queste paroline con un’altra per stravolgere l’intero significato di una frase.
Si consideri una frase che esprime una verità indubitabile: La verità è un bene prezioso.
Basta porle accanto, una alla volta, le nostre «innocenti paroline » e si profilano scenari insospettati:
La verità è un bene prezioso e…
La verità è un bene prezioso quando…
La verità è un bene prezioso se…
La verità è un bene prezioso ma…
La verità è un bene prezioso sebbene…
Provando a completare le frasi si scoprono molti impensati aspetti della «verità ».
Questo semplice esperimento mostra quanto sia facile far cambiare significato a uno scenario mentale. Le congiunzioni sono efficaci sebbene non ce ne rendiamo conto (o se non ce ne rendiamo conto, o quando non ce ne rendiamo conto…). Lo sapeva molto bene John Kennedy; ecco che cosa disse una volta durante la campagna elettorale che lo portò alla Casa Bianca: vi chiedo di unirvi a me in questo viaggio negli anni sessanta, grazie al quale plasmeremo la nostra forza e torneremo a essere i primi. Non primi se. Non primi ma. Non primi quando. Primi e basta.
La prossima volta che volete persuadere qualcuno di qualcosa, ricordatevi di verificare gli snodi cruciali della vostra argomentazione, cioè le congiunzioni. Contano più di tutto quello che direte.

Congiunzioni + ordine = incantesimo

Mescolando i due ingredienti «ordine delle parole » e « congiunzioni » si ottengono miscele linguistiche esplosive.
Un tale si lamentava: Sono stato a quella conferenza fino alla fine, ma mi sono annoiato terribilmente.
Un altro, forse più oggettivo, raccontava: Sono stato a quella conferenza fino alla fine e mi sono annoiato terribilmente.
Un ottimista, sempre pronto a proclamare ad alta voce il proprio valore, annunciava: Sono stato a quella conferenza fino alla fine anche se mi sono annoiato terribilmente.
Le frasi differiscono per semplicissime paroline, eppure il loro significato è terribilmente di- verso. Ma questo è solo il primo livello di operazioni. Modificando anche l’ordine, gli effetti sul senso delle frasi sono ancora più clamorosi. Si pensi a un «depresso» che si lamenta così: Vorrei uscire ma sono sempre stanco.
La prospettiva cambia radicalmente riproponendogli la frase in questi termini: Anche se sei sempre stanco, vuoi uscire. Un indeciso che si tormenta nel dubbio: Vorrei comperare quell’auto, ma non ho coraggio di fare il passo si gioverebbe della seguente riformulazione: Anche se non hai coraggio di fare il passo vorresti quell’auto.
In quest’ultimo caso anche il cambiamento dell’ordine delle parole contribuisce a modificare il senso della frase e del concetto che ci sta dietro.
A questo punto la questione comincia a farsi interessante. Lo slogan Finora è andata bene, ma domani non si sa suona più cupo del medesimo concetto articolato però così: Finora è andata bene, anche se domani non si sa o ancora del seguente anche se domani non si sa, finora è andata bene C’è qualcosa di arcano e magico negli effetti che la posizione degli aggettivi esercita, soprattutto se unita all’uso selettivo delle congiunzioni. Siamo tutti sensibili a questa magia, ma non ce ne accorgiamo. Scusate: siamo tutti sensibili a questa magia e non ce ne accorgiamo… anzi, anche se non ce ne accorgiamo siamo tutti sensibili a questa magia.

Congiunture astrali

Il potere di alcune congiunzioni è ancora più formidabile: innescano reazioni automatiche, alle quali la vittima reagisce senza rendersene conto. Una di queste parole è: «perché ».
In un celebre esperimento, una psicologa indusse molte persone, che erano in fila per fare fotocopie, a cedere a una studentessa il proprio turno: bastava aggiungere un «perché» alla richiesta di passare davanti agli altri. Non serviva che dopo il «perché» ci fosse una spiegazione plausibile: quando la studentessa chiedeva Mi fate passare? perché sono in ritardo, e quando chiedeva Mi fate passare, perché devo fare una fotocopia? otteneva lo stesso risultato: molte persone le cedevano il posto. Se invece la richiesta era semplicemente Mi fate passare? pochissime persone erano disposte ad accondiscendere alla richiesta.
La nostra sensibilità alla parola « perché » è dimostrata da un altro curioso fenomeno: se un brano scritto contiene molti «perché» lo leggiamo più in fretta; inoltre lo ricordiamo più facilmente. Ecco perché per rendere persuasiva e memorabile un’argomentazione, conviene essere prodighi di «perché », e altre parole che indicano nessi di causa.

Precisione

Se volete chiedere qualcosa, formulate la richiesta in modo dettagliato e specifico. Se per esempio volete dei soldi, evitate la formula Puoi darmi dei soldi? e specificate, invece, prima di tutto una motivazione (un bel «perché ») Puoi darmi dei soldi? perché devo comperare il biglietto, o, meglio, una catena di motivazioni Perché devo comperare il biglietto perché devo andare a Berlino perché devo vedere mia cugina perché si è rotta un polso (ecc.).
E poi, siate pignoli: Puoi darmi tre euro e diciotto centesimi? perché devo comperare il biglietto ecc. (come sopra) Funziona! La prossima volta che qualcuno motiverà una sua richiesta con un «perché », fate attenzione, perché è possibile che vi stia fornendo argomenti fasulli per ottenere da voi ciò che vuole. Più gli argomenti sono specificati con precisione, piu e probabile che vi stiano manipolando.

Contestare

Per « capire » (o credere di capire) dobbiamo togliere l’ambiguità a ciò che ci viene detto.
Amare le donne non significa molto, di per sé: ma può significare due cose molto diverse se stiamo parlando in un club di misogini (dove «amare» è un aggettivo) o al congresso mondiale dei dongiovanni (dove «amare» è un verbo).
Sale viene interpretato come voce del verbo salire, come « stanze » o come « NaCl » a seconda dei contesti.
Per attribuire il significato alle cose ambigue si usa quindi il contesto.
Ma se il potere dei contesti è quello di ridurre l’ambiguità che si annida in ogni parola, dovremo pur dare la dovuta importanza a questo potere creativo dei contesti.
Un contesto emotivo orienta il significato delle percezioni (ecco perché le compagnie aeree vietano la trasmissione dei loro spot pubblicitari nei giorni seguenti un disastro aereo), e così accade anche per i contesti creati dalle parole.

Lingue biforcute

Gli anglosassoni parlano di doublespeak, parlare doppio, a proposito dell’uso deliberato delle proprietà delle parole viste sino a qui. Il parlare con lingua biforcuta ci permette di orientare una descrizione in modo favorevole alla nostra posizione: basta descrivere ciascuna realtà con la parola più adatta ai nostri scopi. Ciò induce il nostro interlocutore a vedere la cosa sotto il nostro punto di vista, senza che gli sia nemmeno chiesto di farlo: la nostra opera di persuasione sarà inavvertita, e perciò molto efficace. Se contrari alla guerra (scusate, pacifisti), diremo che Durante l’attacco sferrato dai militari tre soldati sono rimasti uccisi dal fuoco dei loro stessi commilitoni Se favorevoli alla guerra (scusate, guerrafondai) diremo invece che Durante l’operazione si sono avute tre perdite per fuoco amico.

Facce e medaglie

La molteplicità di definizioni possibili per una stessa realtà si presta bene anche a indirizzare le persone verso il lato positivo o verso quello negativo di qualcosa. Se parlando con una persona accenno alla sua Paura di sbagliare creo nella sua mente tutta una serie di connessioni con il tema «paura» (ansia, sensazioni spiacevoli, ricordi di esperienze sgradevoli, visione pessimistica del futuro e così via) e con il tema «sbagliare» (ricordi di punizioni, sensi di colpa, sensi di inferiorità o inadeguatezza eccetera).
Ma se gli parlo di un suo Desiderio di riuscire evocherò nella sua mente tutto ciò che è associato a «desiderio» (piacere, speranza, ottimismo eccetera) e a «riuscire » (premio, soddisfazione, autostima e così via). Sto dicendo la stessa cosa, ma uso parole differenti, e ottengo effetti differenti.
Non è necessario che si tratti di insiemi di parole: per orientare la visione del mondo in un senso o in un altro sono sufficienti le singole parole. Ecco un elenco di sinonimi da usare se volete raggiungere questo o quel risultato: Paura = prudenza Timidezza = pudicizia Introversione = introspezione Testardaggine = tenacia Doppiezza = diplomazia Prepotenza = volitività Fragilità = ipersensibilità Impulsività = impetuosità Follia = estrosità Pignoleria = precisione Incoscienza = coraggio Viltà = prudenza eccetera.

Realtà inventate

Il potere delle parole è pressoché infinito. Se sono collocate entro sistemi più ampi, noti come «leggi dello Stato », le parole creano la realtà che descrivono.
Alcuni esempi: ritoccare la soglia di tolleranza di un prodotto chimico nell’acqua potabile rende la popolazione più o meno impregnata da quella sostanza; definire patologico un comportamento trasforma all’istante molte persone in «pazienti »; (viceversa) negare a una realtà lo status di malattia «guarisce» all’istante molti individui (ne sanno qualcosa i giudici, gli avvocati e i detenuti per i quali si cerca di dimostrare la salute o l’infermità di mente).
A volte le implicazioni di tale fenomeno sono di portata epocale.
L’embrione è «un essere umano » o è «il prodotto del concepimento »? L’essere umano è tale fin dal momento del concepimento (come indica la prima accezione) o solo dopo un certo periodo di tempo (come suggerisce la seconda)? La «morte» è lo stato in cui il cuore non batte più (come si è ritenuto per millenni) o lo stato in cui non si evidenzia attività elettrica nel cervello anche se il cuore continua a battere (come si afferma oggi)? Quando l’uso di una parola diventa comune, gli effetti di una diversa etichettatura sono tanto concreti quanto inavvertiti: gli « organi genitali » o « riproduttivi » (come erano chiamati fino a pochi anni fa) oggi sono definiti « organi sessuali ». Lo scarto di prospettiva è notevole, ma di solito non ci si fa caso.

Passepartout

Così come si può dire la stessa cosa con parole diverse, con la stessa parola si possono indicare realtà diverse. È sufficiente usare termini vaghi o ambigui.
Alcune parole sono così piene di vuoto, che diventano il ricettacolo di qualsiasi contenuto si desideri. La medicina è un settore molto fertile in proposito: Nessuno aveva capito che cos’era la mia malattia, fino a che il dottor Truffoni non mi ha diagnosticato un blocco di energia.
Che cos’è un «blocco di energia »? E che cos’è l’energia? Nessuno lo dice, ma ciascuno applica a queste parole la sua personale esperienza, trovandovisi bene. Altre parole simili: Esaurimento, stress, depressione, difese immunitarie abbassate.
Usando parole passepartout i cartomanti televisivi danno l’impressione di leggere nella mente dei loro clienti: Vedo che hai un problema [se non ce l’avesse, non avrebbe telefonato].
Il problema riguarda te [e chi altri, se no?]. C’è di mezzo anche un’altra persona [difficilmente c’è di mezzo una pianta di orchidee]. Vedo tensione [sì, se ho un problema ne soffro, e «tensione» può essere una parola adatta per indicare sofferenza]. E stato fatto qualcosa [tutti fanno qualcosa, se non sono morti]. C’è come un vuoto [è mancato qualcuno? C’è un senso di vuoto? C’è qualcosa da riempire: con soldi, con lavoro, con farmaci, con relazioni interpersonali…?] eccetera.

Stereotipi

Altrettanto persuasivi sono gli stereotipi, parole che contengono molte connotazioni culturali, psicologiche, emotive: tutte semplificazioni.
ma tutte molto bene scolpite nell’immaginario collettivo.
Fascista, comunista, reazionario, moralista, laico, integralista, miscredente: sono tutte etichette che incasellano l’avversario con una forza indicibile. Una volta appioppate, queste parole appiccicose veicolano qualsiasi altro giudizio all’interno della cornice che esse creano.
Se leggiamo Extracomunitario deruba vecchietta siamo propensi a pensare che lo scippatore in questione abbia magari la pelle scura, o l’aspetto balcanico. Se invece si fosse trattato di un canadese o di uno svizzero (anch’essi extracomunitari), non avremmo attivato la nostra catena associativa di stereotipi pronti per l’uso.

La teoria globale

Un altro modo per persuadere gli altri delle nostre idee è fornire spiegazioni globali, che siano in grado di dare un senso a tutto.
Una spiegazione in grado di dare ragione a tutto è la spiegazione che segretamente ciascuno di noi predilige, perché ci risparmia la fatica di analizzare criticamente la realtà. Eccone un esempio: Le sorti del mondo sono in mano a pochi, potentissimi individui.
Questa nozione permette di spiegare in un sol colpo le guerre, le rivoluzioni, i tracolli economici, l’andamento dell’economia, le mode, e qualsiasi altro evento su scala mondiale o locale. Se le cose vanno male, sapremo a chi dare la colpa.
Più risposte una teoria sembra essere capace di fornire, più attraente appare ai nostri occhi. Non ha importanza che la teoria sia anche vera,purché ci permetta di interpretare il più alto numero di eventi possibile. Ecco un piccolissimo elenco di teorie globali: La causa dei problemi psicologici è dei genitori.
La causa dei problemi psicologici è la società. La causa dei problemi psicologici è la chimica del cervello.
La povertà del Terzo Mondo deriva dal colonialismo.
La sventura della nostra nazione deriva dal tale popolo (o dagli immigrati ecc.).
Molte altre teorie globali possono essere aggiunte a piacere: un campionario sempre diversificato si trova leggendo la stampa. A proposito di teorie globali: tutto ciò che leggiamo sulla carta stampata è falso.

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