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Da alleati a nemici giurati

le quattro fasi dello scontro tra Israele e Iran

Quello a cui assistiamo oggi non è un semplice conflitto regionale, ma uno scontro ideologico, politico e storico dalle radici profonde. Tuttavia, l’idea di un’eterna inimicizia tra Israele e Iran è, storicamente parlando, una costruzione recente. I rapporti tra le due potenze non sono sempre stati segnati dall’ostilità; anzi, c’è stato un tempo in cui Gerusalemme e Teheran erano alleati strategici.
Per comprendere l’attuale scenario, è necessario ripercorrere le quattro fasi principali che hanno definito i rapporti tra i due Paesi, un viaggio che parte dalla “mutua sopravvivenza” fino ad arrivare allo scontro frontale.

1948-1979: La fase della “Mutua Sopravvivenza”

Nel 1948, quando Israele si proclama Stato, si trova circondato dall’ostilità dei Paesi arabi vicini. Tuttavia, c’è un’eccezione significativa: l’Iran. Sotto la monarchia dello Scià Mohammad Reza Pahlavi, l’Iran adotta un atteggiamento radicalmente diverso.
Le ragioni di questa amicizia sono geografiche e geopolitiche. All’epoca, sia Israele che l’Iran sono alleati chiave degli Stati Uniti in Medio Oriente. Entrambi si sentono “diversi” e isolati: l’Iran è l’unica potenza persiana e sciita in un mondo prettamente arabo e sunnita, proprio come Israele è un’avamposto ebraico in una regione musulmana. Questa comunanza di isolamento crea le basi per una collaborazione necessaria.
Gli anni ’50 e ’60 vedono un’intesa solida. A livello di intelligence, il Mossad israeliano collabora strettamente con la SAVAK, la polizia segreta dello Scià. Ma la cooperazione va oltre la sicurezza: sul fronte economico, i due Paesi costruiscono un oleodotto congiunto, il Eilat-Ashkelon, che permette al petrolio iraniano di raggiungere il Mediterraneo passando attraverso Israele. Un’epoca d’oro in cui l’interesse reciproco annullava le differenze ideologiche.

1979: La Rottura della Rivoluzione Islamica

Il punto di non ritorno arriva nel 1979 con la Rivoluzione Islamica. Il rovesciamento dello Scià e l’ascesa dell’Ayatollah Khomeini segnano l’inizio della seconda fase: la rottura totale.
Per il nuovo regime teocratico, Israele diventa la “longa manus” degli interessi occidentali, ritenuto responsabile della povertà e dello sfruttamento delle risorse iraniane. I cambiamenti sono immediati e tangibili: l’ambasciata israeliana a Teheran, simbolo dell’amicizia decennale, viene chiusa, e i rapporti commerciali, specialmente quello strategico sul petrolio, vengono troncati. Il greggio viene nazionalizzato e l’Iran taglia i ponti con lo Stato ebraico.

1980-1988: L’Ambiguità e lo scandalo Iran-Contra

Gli anni ’80, tuttavia, rappresentano una fase di profonda ambiguità. Nonostante l’odio retorico di facciata, la realtà geopolitica impone pragmatiche intese “sotto banco”. Durante il conflitto Iran-Iraq, Israele vede in Saddam Hussein una minaccia maggiore rispetto all’Iran post-rivoluzione.
È in questo contesto che scoppia lo scandalo Iran-Contra, uno dei più grandi scandali finanziari e politici che abbiano coinvolto gli Stati Uniti. Nonostante le pubbliche ostilità, si scopre che fondi e armamenti americani sono fluiti verso l’Iran con la complicità logistica di Israele, al fine di finanziare la lotta contro l’Iraq. È la dimostrazione che, in Medio Oriente, le alleanze possono essere fluidi e dettate dalle necessità immediate.

Dagli anni ’90 a oggi: Lo Scontro Frontale e l’Era Netanyahu

È solo negli anni ’90 che lo scontro diventa frontale e strutturale. L’Iran, sotto la guida dell’Ayatollah Khamenei, inizia a costruire il cosiddetto “Asse della Resistenza”, finanziando e armando realtà anti-israeliane come gli Hezbollah in Libano (nata nel 1982), Hamas a Gaza, gli Houthi nello Yemen e vari gruppi in Siria e Afghanistan. Nasce il “serpente” con la testa a Teheran.
Parallelamente, in Israele emerge la figura destinata a definire la politica estera del Paese per i decenni successivi: Benjamin Netanyahu.
Eletto nel 1996 come il più giovane Primo Ministro della storia israeliana, Netanyahu inizia a costruire il suo piano strategico: l’isolamento diplomatico dell’Iran. La chiave di volta è la questione nucleare. Da trent’anni, Netanyahu utilizza la prospettiva della “bomba atomica iraniana” come spauracchio geopolitico, accusando Teheran di arricchimento illecito di uranio. Sebbene alcuni analisti vedano in questo una semplice ossessione politica, la strategia appare chiara: utilizzare il pericolo nucleare come casus belli per giustificare sanzioni, pressioni internazionali e politiche aggressive, sbarrando la strada a qualsiasi accordo diplomatico occidentale con Teheran.
Il culmine di questa strategia si ha con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca. Netanyahu, che aspettava da una vita un presidente americano malleabile, trova in Trump il partner ideale per ribaltare i rapporti di forza. Non sono più gli Stati Uniti a dettare l’agenda a Israele, ma è Netanyahu a “sussurrare all’orecchio” del presidente americano. L’obiettivo raggiunto è il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo nucleare del 2015 (JCPOA), considerato da Netanyahu troppo debole.
La storia dei rapporti tra Israele e Iran è quindi un viaggio complesso che passa dall’amicizia strategica all’ostilità ideologica, fino all’attuale scontro mediato da sanzioni e alleanze di potenza, dove la figura del leader israeliano e l’ascendente sulla politica americana giocano un ruolo determinante.

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