Sionismo
Il Mostro che il Mondo Ammira
Oltre Netanyahu, oltre l’anomalia: le radici ideologiche di una violenza “santa”
Quando sentiamo la parola “sionismo”, il richiamo è immediato: eserciti, coloni, volti noti come Netanyahu, Smotrich e Ben-Gvir. Tendiamo ad attribuirlo a un’area politica precisa, a personalità specifiche, quasi fosse una degenerazione interna a Israele, un’anomalia, una reazione sproporzionata scatenata da un singolo uomo. Attribuire il disastro di Gaza, della Cisgiordania e del Libano alle sole ambizioni di Netanyahu è, per usare un eufemismo, un’ottima distorsione della realtà.
Per quanto Netanyahu sia il premier più longevo nella storia di Israele, e la sua politica abbia segnato il paese nel sangue, il sangue scorreva copioso anche prima di lui. Quella che vediamo non è una violenza anomala, né si traduce solo in eserciti e coloni. È una violenza ideologica endemica, che appartiene a Israele ancora prima che Israele esistesse, e che – strano ma vero – non appartiene solo a Israele.
Terra, Patria, Razza: il trittico dei nazionalismi
Il sionismo poggia su pilastri ben precisi: la terra, la patria, la razza. Tracciare un parallelismo con gli altri nazionalismi del XX secolo non è affatto una bestemmia. Il fascismo vedeva la terra come destino di una nazione; il nazismo come spazio vitale per la razza ariana; il sionismo la considera una promessa divina per la realizzazione della “Grande Israele”. Sono tutti progetti che postulano il diritto di popoli superiori a una terra.
C’è però una differenza cruciale nel sionismo: Dio. A differenza degli altri nazionalismi, quello sionista non è decaduto. Anzi, sta vivendo la sua sublimazione. Mentre le ideologie del Novecento crollavano, il sionismo si è espanso, ramificato e fortificato, diventando un modello ambito e invidiato. E tutto perché ha mantenuto Dio sulla propria bandiera. Ed è questo l’aspetto più mostruoso: la trasformazione in un sionismo messianico, frutto di continue linee rosse travalicate.
Ma come ci si è arrivati? Come si è passati dal sionismo politico e laico di Theodor Herzl a quello religioso impregnato di deliri mistici? E perché il mondo, anziché esserne disgustato, lo guarda con ammirazione, cercando persino di emularlo?
Le radici profonde: dalla “terra senza popolo” al rifiuto dell’Uganda
Il monte Sion è la culla primigenia, la terra delle origini. E non importa che il concetto di “terra promessa” sia nebuloso anche nelle Scritture (dal fiume d’Egitto all’Eufrate, o dal Mar Rosso al Mediterraneo?), né che il progetto della Grande Israele includa oggi porzioni di Arabia Saudita e Turchia. La terra è il fulcro; Dio è la giustificazione.
Il celebre motto sionista – “una terra senza un popolo per un popolo senza terra” – omette un dettaglio: quella terra un popolo ce l’aveva già: i palestinesi. Inoltre, le radici del nazionalismo ebraico precedono i pogrom e l’affare Dreyfus. Già nel 1862, il filosofo Moses Hess parlava di milioni di ebrei che pregavano per la ricostruzione del regno ebraico. L’antisemitismo di fine ‘800 fu solo l’innesco.
È emblematico che nel 1903, Herzl prese seriamente in considerazione la proposta ugandese (l’attuale Kenya) per fondare lo Stato ebraico. Se persino il padre fondatore accettava l’idea che una terra valesse l’altra, significa che l’aspetto pratico-politico prevaleva su quello religioso. La proposta fu rigettata non solo per motivi teologici, ma perché la Palestina aveva già attirato troppi investimenti (dai Rothschild in giù). La svolta definitiva arrivò con la caduta dell’Impero Ottomano, il mandato britannico e la Dichiarazione Balfour del 1917, che blindò la Palestina come “casa nazionale ebraica”.
I rabbini Kook e la nascita del sionismo sanguinario
Se il sionismo politico è diventato messianico, il merito (o la colpa) è di due rabbini: Abraham Isaac Kook e suo figlio Tzvi Yehuda Kook. Arrivato in Palestina nel 1904, il padre sostituì l’idea di “Stato di Israele” con quella di “Stato di Giudea”, gettando le basi per la versione più razzista e suprematista del sionismo. Per lui, il tentativo laico di Herzl era una blasfemia: la terra spetta agli ebrei perché lo vuole Dio.
Il figlio portò le idee alla parossismo della violenza, teorizzando che la guerra è l’unica via per ottenere la terra promessa: eliminare gli arabi, giudeizzare la Cisgiordania.
Parallelamente, Ze’ev Jabotinsky si autoincoronò erede di Herzl, fondando il sionismo revisionista (o “muscolare”). Nel 1923 creò il Betar, fucina di nazionalismo violento, da cui nacquero milizie come l’Irgun e la Banda Stern (Lehi). Questi gruppi, che compirono attentati terroristici in nome del sionismo, confluirono poi nell’IDF, l’esercito ufficiale di Israele, nel 1948.
1967, i coloni e la teocrazia in parlamento
La guerra dei Sei Giorni (1967) fu il battesimo di fuoco del sionismo revisionista. La vittoria convinse molti che la brutalità fosse la via giusta per la Grande Israele. Questa visione divenne politica di stato nel 1977 con l’arrivo al potere del Likud, sotto Begin. Da allora, i coloni – imbottiti di fanatismo religioso – sono diventati la manovalanza non dichiarata del governo, portando avanti la colonizzazione e commettendo soprusi quotidiani: attacchi a fattorie, incendi di case (come quella dove bruciò vivo un bambino di 18 mesi nel 2015). Tra il 2005 e il 2014, su 1045 indagini aperte contro i coloni, solo 72 hanno portato a condanne.
Oggi, il sionismo messianico è al governo. Con il ritorno di Netanyahu nel 2022, partiti come “Potere Ebraico” e “Sionismo Religioso” hanno portato Itamar Ben-Gvir (troppo pericoloso per essere arruolato nell’IDF) e Bezalel Smotrich al ministero della Sicurezza Nazionale e delle Finanze. La fame come arma di guerra, gli attacchi agli ospedali, l’uccisione di giornalisti, le violenze carnali: tutto è giustificabile. Dio lo vuole.
Il fronte occidentale: il sionismo cristiano
Perché il mondo non solo non si scandalizza, ma a volte ammira? Perché il sionismo non è solo ebraico, ma anche cristiano, soprattutto tra gli evangelici statunitensi. Per loro, la terra promessa coincide con la seconda venuta di Cristo e le profezie della fine dei tempi. Questo sionismo evangelico è nato nel 1948, in contemporanea con Israele, ma è esploso con Trump: evangelici che lo “toccano” per benedirlo, Trump ritratto come Messia, Rubio con croci pentecostali, funzionari che citano la Bibbia come un manuale di istruzioni.
Non è una deriva impazzita. È un progetto parallelo che ha sempre corso accanto al sionismo israeliano, trovando nel revisionismo il suo punto di approdo, e che oggi alimenta i vari sovranismi europei.
Conclusione: il sogno bagnato di molti
Attribuire tutto questo a un singolo governo significa omettere volontariamente un processo iniziato molto prima. Se il sionismo rimane sostanzialmente impunito, è perché trova collaborazionismo in altri sionismi, che da quello ebraico prendono spunto e imitazione.
Non è solo politica, è un ideale. Non è un’anomalia, è un piano. Non è una degenerazione, è il sogno bagnato di molti.
L’unica cosa certa è che se mai esistesse davvero un dio, non sarebbe sionista.


