Gli artefici di questo cambiamento sono i professionisti IT, le figure che normalmente nelle aziende vengono identificate nei ruoli di CIO (Chief Information Officer) e CTO (Chief Technology Officer). Sono queste due figure ad essere coinvolte nelle principali sfide e che dovranno valutare, prima delle altre figure chiave di un’azienda, le strategie da adottare per affrontare il cambiamento in atto. Ne va, si potrebbe anche dire, della loro stessa sopravvivenza.

 

Il ruolo del professionista IT

Con l’avvento del cloud computing, il ruolo dei professionisti IT è messo ogni giorno in discussione. I professionisti delle tecnologie aziendali, abituati a scegliere, gestire e distribuire datacenter, software, servizi e dispositivi e a cercare di mantenerli sotto controllo, si stanno giorno dopo giorno accorgendo come la combinazione di cloud computing, diffusione dei dispositivi mobile e l’emergere delle necessità social anche a lavoro (condivisione, interazione ecc.) stiano irreversibilmente cambiando il modo di gestire le tecnologie all’interno dell’azienda. Sono almeno quattro i grandi ambiti in cui un professionista IT vede ridiscusso il suo ruolo e le sue competenze.

 

L’avanzata del software come servizio

In una impresa tradizionale è il dipartimento IT che guida i processi di selezione dei software da utilizzare e il modo con cui integrarli all’interno dell’infrastruttura aziendale. Se un dipartimento ha bisogno di un programma per gestire la posta elettronica oppure un CRM per gestire i clienti non può far altro che affidarsi al dipartimento IT e attendere che il sistema venga selezionato o acquistato, testato, configurato e distribuito. Oggi un servizio di posta elettronica di livello molto superiore a quello che si può trovare in centinaia di aziende di questo tipo è praticamente gratuito, mentre un servizio CRM di buona qualità costa qualche dollaro al mese. All’interno delle aziende ognuno, in altre parole, può trovare sul mercato e al di fuori dell’azienda software e servizi che non solo possono essere resi operativi con un semplice login, ma sono più funzionali e più usabili rispetto a quelli che il dipartimento IT può fornire. Ciò non solo porta alla disgregazione dei servizi IT, ma anche a problemi di sicurezza e di organizzazione del lavoro: come è possibile mantenere organizzato un dipartimento in cui i servizi sono distribuiti su decine di login diversi? In questo caso il ruolo dei professionisti IT diventa non tanto quello di provvedere alla distribuzione del software, quanto piuttosto quello di gestire l’integrazione dei servizi cloud all’interno dell’azienda, selezionare quelli più utili, stabilire linee di condotta, gestire le policy con flessibilità, cercare di dare omogeneità ad un panorama che diventa, e probabilmente, diventerà sempre meno standard e meno integrato.

 

L’avvento dei dispositivi consumer

L’influsso delle tecnologie “personali” su quelle “lavorative”, un fenomeno noto come “consumerizzazione dell’IT”, è evidente anche se ci spostiamo dall’ambito del software e dai servizi a quello dei dispositivi. Tradizionalmente era il dipartimento IT di un’azienda che procurava i dispositivi per i dipendenti. Oggi invece la diffusione dei dispositivi e così ampia e la linea di confine fra lavoro e vita personale è, per quanto riguarda le tecnologie utilizzate, così sfumata che sono sempre più numerosi i dipendenti che utilizzano al lavoro i propri dispositivi personali o a casa i propri dispositivi di lavoro. Frenare questa tendenza non è possibile, poiché conduce a maggiore soddisfazione dei dipendenti ed a maggiore produttività, ma soprattutto a nuovi problemi per l’IT aziendale che deve ripensare i sistemi di autenticazione, la sicurezza delle connessioni, la persistenza dei dati su dispositivi diversi. Anche in questo caso, CIO e CTO devono ripensare i propri ruoli e le proprie competenze.

 

Ogni azienda è una software company

L’enorme potenza di tecnologia a disposizione dei consumatori, a partire dal semplice smartphone che portiamo ogni giorno in tasca, ha come effetto quello di trasformare ogni azienda, anche quella più solidamente ancorata ad un mondo di brick and mortar, in una software company. Dall’ospedale che ha bisogno di gestire un servizio di prenotazioni online al produttore di interruttori per le luci di una domotica, dall’orologio che può essere connesso ad internet per monitorare le nostre camminate al termostato che vogliamo sia programmabile anche a distanza: ci aspettiamo ogni giorno di più che i servizi e i prodotti con cui interagiamo abbiano un’intelligenza informatica che ci permetta di gestirli nel modo più semplice possibile. In questo scenario, ai professionisti IT saranno richieste sempre più competenze per la creazione di quelle che possiamo chiamare modern application: applicazioni che devono essere integrabili con app per smartphone, che devono far uso del cloud per la gestione delle notifiche, che devono prevedere autenticazione e automazione, che possono far leva sui servizi dei social network.

 

I big data che generano innovazione

Se c’è una tendenza in grado di cambiare, in modo ancor più profondo di quello che abbiamo descritto sinora, il modo con cui l’IT può supportare lo sviluppo di business di un’azienda, questa è rappresentata dai cosiddetti “big data”. La capacità di elaborare un numero sempre più crescente di informazioni allo scopo di perfezionare un prodotto, rendere più efficiente un servizio, migliorare un processo oppure scoprire nuove opportunità di business, rende il modo dei big data un asset sempre più irrinunciabile. L’impatto di questa tendenza coinvolge più aspetti del lavoro di un professionista IT: sono necessarie non solo nuove procedure IT – pensiamo solo alla conservazione dei dati o alla creazione dell’infrastruttura hardware e software dedicata ad elaborarli –, ma sono necessarie anche nuove competenze che spaziano dall’informatica alla matematica alla statistica e che sono riassumibili in quella che qualcuno chiama la data science, una disciplina che sarà sempre più decisiva nell’organizzazione tecnologica di un’azienda.

 

Il professionista IT oggi

In molti pensano che di fronte all’onda lunga del Cloud il ruolo del professionista IT sia ridimensionato. Se infrastrutture, piattaforme e software vengono elaborati nel Cloud, è la semplicistica induzione, chi gestisce le piattaforme on premise avrà ruoli sempre più marginali. In realtà e vero il contrario. Anche dalla breve descrizione dei quattro ambiti di trasformazione che abbiamo indicato sopra, emerge come il Cloud, se non governato, rischia di introdurre in azienda più complessità che standardizzazione, più costi che risparmi. Il ruolo del professionista IT in questo campo è dunque quello di prevedere l’emergere di queste nuove tecnologie, governare la proliferazione dei servizi, dei dispositivi, delle informazioni e delle nuove tecnologie, avendo sempre come punto di riferimento la visione strategica dell’azienda di cui è parte.

Sbagliato sarebbe, in un vano tentativo di difendere il proprio ruolo, chiudere la porta all’avanzare del Cloud: il professionista IT deve farsi anche intermediario fra le tecnologie distribuite dall’interno e le tecnologie erogate dal Cloud sapendo scegliere, di volta in volta, il giusto fornitore, sapendo conciliare le policy aziendali e la giusta richiesta di agilità e flessibilità, sapendo riconoscere quando una nuova tecnologia migliora i processi aziendali e quando invece li rende più farraginosi.

L’IT, come abbiamo accennato ad inizio di questo articolo, non è più una semplice commodity, ma sta ritrovando il suo ruolo di vettore d’innovazione dell’impresa ed è sempre più strettamente connessa ai processi decisionali più profondi. In questa transizione, il ruolo del professionista IT non è secondario, ma diventa cruciale nel supportare la strategia globale dell’azienda.